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11-11-2004. Comunicato stampa di Christina Sponza.

Nucleare. Niente alibi e un dibattito pubblico approfondito.

Prendendo spunto da un articolo pubblicato sulla pagina Economia de “Il Secolo XIX” dell’11 novembre, noto, nel contesto dell’analisi delle competenze di Ansaldo Energia in materia di tecnologia nucleare, una evidente tensione a favore di un ritorno all’energia atomica civile in Italia. Reputando rischioso – in termini di possibilità di comprensione – il semplice dichiararsi pro o contro, non voglio qui entrare nel merito della opportunità o meno, per il nostro paese, di eventuali scelte in questo senso, tuttavia, mi sembra utile fare chiarezza su alcuni punti, essendomi spesso recentemente imbattuta in articoli ed affermazioni ambigue.

Non ritengo corretto affermare che il referendum del 1987 – promosso e sostenuto dal Partito Radicale e dagli Amici della Terra – abbia cancellato questa opzione di produzione energetica. Il referendum non poteva (neanche tecnicamente) essere di rifiuto delle centrali nucleari in senso assoluto ed i promotori non avevano lo scopo di demonizzare il nucleare ma di mettere un freno ad un processo che, in Italia, si stava compiendo con scelte non del tutto chiare e lontane dalla portata dell’opinione pubblica che, evidentemente, non si sentiva sufficientemente garantita. Fece seguito al referendum il Piano Energetico Nazionale del 1988 (l’ultimo elaborato nel nostro paese) con il quale si metteva in atto una moratoria di cinque anni alla costruzione di nuove centrali e si ponevano le basi per la dismissione di quelle esistenti.

Cinque anni sono evidentemente passati e quindi il referendum non può essere considerato il capro espiatorio, per giustificare la critica situazione in termini di produzione energetica che ci costringe ad acquistare energia elettrica dalla Francia, prodotta con tecnologia nucleare. Fatto questo che, peraltro, ci dovrebbe far togliere tutti i cartelli “comune denuclearizzato” dalle nostre città, facendoci essere consapevoli che, nella pratica, l’utilizzo del nucleare già lo stiamo legittimando. Sul fronte delle decisioni future, però, non è sufficiente constatare l’aumento del prezzo del petrolio o del cosiddetto “effetto serra”, dovuto indirettamente alla combustione degli idrocarburi, così come non è sufficiente, da lato opposto, enunciare la pericolosità della fissione e delle conseguenti scorie.

Un nuovo Piano Energetico deve essere lo strumento di gestione della realtà energetica italiana, per affrontare in maniera globale il problema a partire – e questo è scontato – da un’accurata analisi dello stato di fatto e delle ipotesi di evoluzione futura ma anche – e questo purtroppo spesso avviene soltanto a giochi fatti – da una sintesi rigorosa e scientifica che coinvolga l’opinione pubblica, senza cadere nelle trappole ideologiche tese da alcuni partiti e associazioni ambientaliste.

Roma, 11 novembre 2004