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25 gennaio 2007. Comunicato stampa.

RIGASSIFICATORI: TRIESTE ASPETTA LA SUA ORA CON L'OROLOGIO FERMO.

Finalmente le istituzioni stanno cercando di far gioco di squadra. Era ora. Se ci fosse stata davvero una questione “sicurezza” non serviva contrattare e tirare sul prezzo perché sulla sicurezza, come nella pubblicità di una nota carta di credito, “non c’è prezzo”. Il problema evidentemente non era lì. Del resto dalle analisi di rischio prodotte, la questione sicurezza rientra ampiamente nei parametri normali di qualsiasi altra attività che va tenuta sotto controllo per i rischi connaturati all’attività stessa. Sì, rischi. Non dobbiamo aver paura di utilizzare questa parola così inflazionata nella bocca dei fondamentalisti dell’ambiente che la usano come sinonimo di catastrofe certa. I rischi ci sono come in tutte le attività umane. L’utilizzo a sproposito di tale parola è invece un fatto che dovrebbe far vergognare soprattutto i professori universitari o presunti tali che si spacciano per analisti di rischi ma che di fatto, di rischio, non sanno assolutamente nulla.

Il Rischio è un prodotto di due fattori, uno che tiene conto della probabilità di accadimento e l'altro della "disastrosità" dei suoi effetti ovvero della consistenza economica delle sue conseguenze. Confondere quindi il rischio con i suoi possibili effetti è una sciocchezza che è stata fatta in molte dichiarazioni ed in quasi tutti i consigli comunali che abbiamo presenziato. Ad esempio il rischio che cada un meteorite di 250 m. di diametro in mezzo a Piazza Goldoni è dato dal disastro economico che causerebbe (possiamo valutarlo in mille miliardi di euro, praticamente la distruzione dell’intera città) ma va moltiplicato per la probabilità che tale evento accada che è di un ordine infinitesimale tale per cui, alla fine, paradossalmente anche se il danno fosse elevatissimo il premio che richiederebbe un assicuratore per assicurare tale evento sarebbe di pochi spiccioli.

Quindi, parlare di rischio per la città, nei termini in cui è stato fatto, era soltanto un pretesto. Un modo per nascondere una mentalità vecchia in una città vecchia. Già perché Trieste è una città “vecchia”; basta uscire e recarsi semplicemente a Lubjana o nei Paesi della nuova Europa per accorgersi di quanto siamo invecchiati. Non è necessario cambiare continente. In questi Paesi noteremo una folla di bambini e di giovani "veri". Allora capiamo quanto siamo diventati vecchi, chiusi nel nostro mondo a dire “No se pol” e ad imprecare contro “le porcherie che vogliono fare a questa città” tanto per usare le parole di un altro grande vecchio, Primo Rovis. E la cosa peggiore è che siamo invecchiati senza ammetterlo. Alcuni vecchi vanno in “dolce”, altri in “acido”. Noi siamo come il nostro piatto per eccellenza: i capuzzi. Siamo andati in acido e ce la prendiamo con tutti coloro che vogliono portare una ventata di novità o con coloro che vorrebbero salvare la città dalla sua decadenza, accusandoli di disastri che risiedono soltanto nella paura del cambiamento, dell'innovazione, nella paura di diventari adulti e prenderci la responsabilità della nostra crescita.

Walter Mendizza