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6 febbraio 2006. Di Walter Mendizza

CONSIDERAZIONI SULL'AMBIENTALISMO

Il pensiero e la linea d'azione ambientalista stanno uscendo dalla marginalità buonista che l’ha caratterizzato, per diventare purtroppo luogo comune, un pensiero dilatato, che si espande fino ad assumere valore istituzionale. Il problema è insito nel fatto che l'ambientalismo porta da sempre con sé dei vuoti che sono voragini riempite di ideologia “naturale” e dunque di cause che appaiono giuste a tutti (chi non ama la natura?) e perciò ci seducono.

La situazione è complessa, ma essenzialmente possiamo riassumerla nel detto rovesciato: un soldo risparmiato non è un soldo guadagnato. Nell’ambito ambientale ogni euro risparmiato dagli ambientalisti è un euro che si arrende senza condizioni, che viene dato alle Istituzioni, senza vincoli. E’ un risparmio che permette ai Governi di utilizzare le ultime risorse di questo Pianeta non per realizzare un cambiamento nel senso voluto dagli ambientalisti cioè per effettuare le riforme necessarie per vivere meglio con meno, bensì per continuare imperterriti le loro politiche di espansione. E’ come se tutti aumentassimo i nostri risparmi in banca: in tal modo aumentano i depositi e di conseguenza le banche incrementano la loro attività, non la diminuiscono. In più, l’uso indiscriminato del risparmio energetico va a influire negativamente sulla sfera dei bisogni, creando di fatto una discriminazione tra cittadini parsimoniosi e no, a tutto scapito dei primi.

Supponiamo che la nostra sensibilità ambientale ci porti a promuovere un progetto di risparmio energetico di produzione di energia alternativa, riciclo, riutilizzo, etc. E' bene chiedersi "cosa ci farà il Governo con quell'energia e con quelle risorse che io aiuto a risparmiare?" Le utilizzerà per scopi che vanno nella direzione da me desiderata? Per attuare una positiva trasformazione del mondo, una sensibile correzione di rotta? Oppure servirà soltanto a continuare ad alimentare una mostruosa macchina economica che sta distruggendo tutto e tutti? E’ ovvio che la risposta è quest’ultima. Si insegnava un tempo sui libri di testo che non si può avere più burro senza avere meno cannoni. La scelta fra l'uno e gli altri è, appunto, una vera scelta politica, salvo che qualcuno voglia vendere l'illusione che si può avere più dell'uno e più degli altri. Dunque anche il governo si moverà in tal senso: prenderà il risparmio di energia, di risorse e le utilizzerà per continuare a fare la guerra economica con il resto del mondo.

Nessuno si è accorto che la competizione economica cui ci trascinano giorno dopo giorno è in realtà una vera e propria guerra, una sorta di conflitto globale "soft" che viene condotta non direttamente con le armi ma con ogni altro modo legittimo e possibile. Nessuno si è accorto che l'invasione commerciale, il tentativo di raggiungere e/o conservare una supremazia economica o demografica o tecnologica, sono i mezzi principali di questa soft war. Nessuno si è accorto che siamo messi male in quanto a comprensione di quanto accade. Continuiamo ad affermare che la crescita economica è "senza senso" ed occorre sostituirla, senza curarci d'altro. Come se auspicando un sereno calo delle attività economiche portasse già con sé il seme di un mondo migliore. Ignorando il tema degli equilibri geopolitici, senza scorgere il significato della pulsione alla crescita, che appare priva di senso ma che in realtà è un modo tramite il quale uno stato cerca di prevalere all'interno dei rapporti internazionali.

Dunque dobbiamo avere la consapevolezza che i Paesi sviluppati sono tutti già in “guerra” tra loro e diretti verso una sorta di prestabilita, catastrofica battaglia finale. I paesi del primo mondo sono alla ricerca dell’armageddon economico e questo non porterà a niente di buono. Bisognerebbe procedere a stipulare dei patti di pace economica che dovranno necessariamente contemplare accordi di autocontenimento sia nel campo dell’economia, sia in quello demografico, e tecnologico, in modo che nessuno stato, o raggruppamento di stati, possa prevalere sugli altri, bensì tutti convivere bene. Si tratta di darsi delle regole e di individuare alcuni settori dove ciascuno stato può svilupparsi facendo ricerca libera, altri settori dove la ricerca sia maggiormente controllata e infine settori dove lo sviluppo a cui siamo arrivati può essere giudicato sufficiente per cui si deve ritenere opportuno fermare lo sviluppo onde scongiurare il pericolo di “invasioni” che, anche se si tratta soltanto di invasioni commerciali, portano con sé il seme della sopraffazione di un paese su un altro, di un popolo su altri popoli.

Questo sta già avvenendo tra di noi: è così che abbiamo assistito ad esempio alla abdicazione dell’ingegneria elettronica nel nostro Paese. La potenza economica delle nazioni che facevano ricerca in questo ambito era talmente grande che abbiamo dovuto abbandonare la lotta e rinunciando ci siamo fatti conquistare. Migliaia di ingegneri se ne sono andati all’estero o hanno semplicemente cambiato mestiere e noi abbiamo chiuso definitivamente con questa industria. Si tratta semplicemente di una totale impotenza a fronteggiare l’industria straniera che ci invade, a tenerle testa e a combatterla; in più, abbiamo anteposto la nostra ignavia tipica, la nostra indolenza latina, lasciando che le cose andassero da sole e sperando in un miracolo. Che puntualmente non si verifica. E adesso che si fa? Prima siamo stati testimoni disarmati della chiusura di quasi tutte le nostre attività industriali. Ora siamo spettatori inermi della chiusura delle attività commerciali. E’ una logica conseguenza: se non si produce, chi compra? Come fermeremo i prodotti cinesi che arrivano e ci invadono con prezzi pari al 5% dei nostri? Del resto, se non ci sono soldi, perché dovrei spendere 150 euro per una borsetta che invece compro a 10 euro soltanto? Ammesso e non concesso che la qualità dei prodotti cinesi sia minore, è il costo opportunità che comanda in economia: dunque i 140 euro che risparmio nella borsetta posso spenderli in altre cose che aumentano la mia soddisfazione molto di più che non la maggior qualità perduta. Del resto, la nostra industria si basa moltissimo sul design che fa sì che un prodotto passi di moda nel giro di pochi mesi. A cosa mi serve allora una qualità maggiore? Siamo ancora convinti che il design possa dare valore aggiunto ai nostri prodotti?

Poiché abbiamo abbandonato ogni velleità industriale, abbiamo realizzato una sorta di harakiri imprenditoriale. Quando la Francia e la Germania ci chiesero di partecipare al progetto Airbus, con lungimiranza politica degna del mondo di Lilliput, abbiamo detto no. Quando bisognava difendere l’industria elettronica italiana, la stessa avvedutezza politica decise che era meglio spendere i soldi per cablare l’Italia e non per la ricerca, così abbiamo legato e imbavagliato la nostra industria elettronica e consegnata all’estero. Quando si trattò di pensare al treno ad alta velocità Torino-Trieste, con altrettanta previdenza e perspicacia politica, non si fece niente. Francia ci chiese di entrare nel consorzio del TGV e abbiamo detto no. Ci siamo inventati il pendolino che è un trenino dei poveri e che non vuole nessuno. E’ chiaro che ora paghiamo il conto di questa inerzia. Dobbiamo avere il coraggio di passare questo conto ai ciarlatani politici poiché con la loro inoperosità arroccata nella povertà di spirito ci hanno venduto al nemico: non avendo fatto niente in questi anni e non avendole fatte neppure per noi stessi, non possiamo esportare alcunché. Non abbiamo il know-how. Ora che Cina e India hanno bisogno di tecnologia da importare, Francia e Germania stanno esportando i loro progetti mentre noi non abbiamo niente da offrire. Fatta eccezione per le Generali che sono sbarcate in Cina con l’idea precisa e geniale di vendere polizze integrative là dove non esiste previdenza complementare.

Questi sono i campi dove occorre adoperarsi affinché ogni paese si doti di mezzi costituzionali per autodisciplinarsi in modo da mantenere entro limiti naturali il massiccio straripamento degli altri nel proprio territorio di caccia.
Perché è vero che la nostra imprenditorialità si è fatta buggerare assieme alla nostra classe politica; è vero che non c’è nulla da stupirsi se retrocediamo ogni giorno di più, né da meravigliarsi se l’Istat ci dice che la crescita del Paese è negativa. Ma è anche vero che non abbiamo visto la cosa da un punto di vista olistico, globale, di sistema: occorrerebbe istituire apposite norme e commissioni internazionali che stabiliscano i livelli dei vari tipi di sviluppo, demografico, economico, tecnologico, raggiungibili da ogni Paese e dopo tener sotto controllo i livelli raggiunti. Perché la pace, così come oggi concepita, non è più sufficiente a garantire la pace! Nel senso che la pace fatta attraverso le guerre industriali non può più garantire la pace vera ed sarà necessario immaginare i modi per raggiungere questo tipo di pace più profonda.

Dobbiamo avere il coraggio di dire basta ai Governi che continuano ostinatamente a perseguire una crescita di stampo tradizionale ad ogni costo. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare la minaccia dello sviluppo ad ogni costo cominciando col dichiarare apertamente ed in ogni occasione la tragica realtà dell’economia moderna. Non è più possibile continuare a perseguire una crescita cieca dell'economia, della tecnologia e della popolazione, un tipo di sviluppo che, obbedendo alle sole ragioni della difesa e dell'espansione, non può che finire in danno per ognuno dei popoli del mondo e per ognuno di noi. I Paesi sviluppati hanno il dovere di abbandonare i vecchi comportamenti superficiali, vani ed impulsivi e di cercare e scoprire i comportamenti più pregni e riflessivi.

Purtroppo non basta che siano in molti a pensarla in tal modo, occorre che si sia in molti ed in molti paesi. Solo così abbiamo maggiori speranze di capire il vero valore dell’apporto ambientalista. Poiché in questo momento, gli ambientalisti, fornendo energia e risorse senza condizionarle ad un preciso cambiamento di politica economica, si ritrovano a contribuire ad alimentare il conflitto economico, che era proprio il contrario di ciò avrebbero voluto. Colpa dei governi che si comportano come con la droga: più la si proibisce e più si fa il gioco delle mafie e ‘ndranghete in un circolo vizioso che non siamo capaci di far diventare virtuoso. Nonostante l’immensa letteratura che c’è sul tema e nonostante l’esperienza degli Stati Uniti negli anni ’30 con l’antiproibizionismo degli alcolici in generale e della birra in particolare. Questa è la situazione. Ora sappiamo che è ai politici che dobbiamo passare il conto. Un tempo c’erano attori veri ma gli scenari erano di cartone. Ora gli scenari sono veri ma temo che gli attori, i politici, siano di cartone. Anche su questo fronte, la rosa nel pugno potrà far molto perché ha un approccio non banale al problema, un approccio sistemico. Bisogna solo ricordarsene alle prossime elezioni.