16
giugno 2006. Di Walter Mendizza
L’INCUBO PRENDE LA FORMA DI ZENO
Leggiamo non senza qualche preoccupazione gli articoli sui rigassificatori
del n° 48 di Zeno. A questa apprensione si aggiunge anche
un certo sconcerto perché in essi vi troviamo una serie
di luoghi comuni: dal pericolo (inesistente) che una nave gasiera
esploda con conseguente necessità di evacuazione della
città, alla presunta diminuzione della pescosità
del golfo passando addirittura per il sofferto impatto estetico
che potrebbero subire i velisti. Purtroppo, constatiamo che di
gasiere se ne parla sempre in maniera ideologica e finanche terroristica
piuttosto che in termini economici o ecologici (termini che hanno
la stessa radice “eco” proveniente dal greco oikos
che significa casa, abitazione). Se almeno si dicesse con chiarezza
che il nostro territorio “vuole” una diversa economia
centrata sul porto e considerasse il rigassificatore incompatibile
con tale progetto, allora si potrebbe incominciare a ragionare,
ma così non è. Ci troviamo invece sommersi da articoli
che diffondono una paura irrazionale e senza basi scientifiche.
A noi questo sembra un crimine contro la città. Molti concittadini
rimangono indifferenti verso un qualunquismo a cui non interessa
nulla se non ribadire un forte “no” anche se non si
sa bene a che cosa. La verità è che siamo presi
dalla c.d. sindrome del “nimby” che significa “not
in my backyard” cioè “NO nel mio cortile”.
Sindrome che abbiamo visto all’opera in Val di Susa per
la TAV e che qui a Trieste trova il suo apice nei cittadini che
si organizzano per respingere un rigassificatore innocuo, che
porta benessere e che non inquina, invece di prendersela con le
decine di industrie già esistenti, magari a gestione fallimentare,
e che oltretutto contaminano. Sono poche le voci che si alzano
per fermare questa indolenza nonsepolista.
Le industrie inquinanti le lasciamo stare, tanto, ci sono già:
chi ha il coraggio di toccare la Ferriera? Se ne parla solo nei
periodi di elezioni per poi ritornare al terreno limaccioso delle
dimenticanze e ormai la viviamo quasi fosse un ossimoro inevitabile,
necessario e fatale della città. Tuttavia la nostra disaffezione
si riscatta allorquando una nuova industria si vuole affacciare
sul nostro territorio: in quella occasione reagiamo con stizza
e anche sdegno dicendo NO!, come se questo “no” fosse
anche in nome e per conto di tutte le altre industrie che non
possiamo controllare. Purtroppo questa negazione che diamo con
intensa leggerezza è un “NO” intriso di ideologismo
ecologico. E’ un “no” ideologico che ha la stessa
natura del “no” che abbiamo dato ad esempio al nucleare,
tema tabù nonostante siamo circondati da decine di vecchie
e pericolose centrali a pochi chilometri da noi, all’eolico,
perché si dice che l’impatto ambientale è
devastante; oppure il “no” al fotovoltaico perché
l’esperienza in Germania è stata fallimentare, o
il “no” alle scorie radioattive a Scansano Jonico
oppure ancora il NO alla geotermia perché sembra una risorsa
di nicchia come le biomasse… insomma, NO a tutto: ma si
può sapere che diavolo vogliamo?
Poi ci si lamenta che l’Italia non cresce, che ad esempio
nel periodo 2001-2005 abbiamo fatto mediamente uno 0,7 per cento
all’anno, là dove l’area euro è cresciuta
del doppio e cioè dell’1,4%. Di fronte a queste notizie
ecco che lo spirito italico si sostanzia inveendo contro il governo
(che era di centrodestra ma se fosse stato di centrosinistra era
uguale) senza renderci conto che il vero problema risiede nel
nostro atteggiamento umbratile e diffidente verso il progresso.
E’ questa la ragione che ci tiene fermi! Cosa aspettiamo
per rendercene conto? La verità è che senza il progresso
moriamo per davvero e moriamo tutti. Stiamo seduti su una bicicletta,
costretti a muoverci perché se ci fermiamo cadiamo, eppure
desideriamo stare fermi, siamo un popolo che si è messo
a sedere decadente e rassegnato, tormentato dagli oscurantismi,
dalle superstizioni e dalle paure della modernità.
La prospettiva dell’arroccamento su posizioni medievali
contro il progresso ci porterà ad essere legati mani e
piedi, per avere forniture di gas, a quei paesi che non brillano
certo per democrazia. Già l’inverno appena trascorso
è stato un incubo: non potevamo far altro che constatare
come gli approvvigionamenti diminuivano quando la Russia ha chiuso
i rubinetti per qualche giorno, vogliamo che la storia si ripeta?
E se fossero rimasti chiusi per un mese? E se accadesse ancora?
Ce lo ricorderemo questo “no” ai rigassificatori che
oggi diamo con tanta leggerezza e superficialità? O non
è meglio diversificare l’offerta e accettare queste
benedette gasiere che oltretutto avrebbero il vantaggio di ridurci
la già esosa bolletta del gas? E’ una ingenuità
pensare che il monopolista russo Gazprom fosse a corto di gas
e perciò ha dovuto chiudere i rubinetti. Piuttosto è
stata una manovra con chiaro significato politico: vogliono entrare
nel mercato italiano non solo come fornitori ma anche come azionisti
dell’Eni che possiede le tubazioni. Vogliamo che entrino
con le minacce?
Noi siamo un Paese che non ha fatto la rivoluzione liberale promessa
e oggi presentiamo una delle malattie economiche più rare
che esistano: quella del bradipardo. Si tratta della sindrome
del bradipo nello scattare in ripresa quando l’economia
è in espansione e quella del ghepardo nell’andare
in recessione quando l’economia non “tira” più.
Che fare allora? O diciamo ancora NO alle innovazioni, alla ricerca,
al progresso ed imbocchiamo con coraggio la strada della recessione
e del declino, oppure la soluzione non può essere che quella
di immettere nel sistema più benzina liberale, più
coraggio, più idee e più iniziative.
Forse è ora di cambiare registro ed incominciare a dire
SI: SI alla TAV, SI al rigassificatore, SI alle riforme liberali,
SI all’eliminazione degli ordini professionali, SI agli
investimenti nella ricerca, SI ai Pacs, SI all’antiproibizionismo,
SI all’esigenza anticoncordataria, un grosso SI alla difesa
della laicità dello Stato e uno ancora più grosso
alla difesa dei diritti civili ed a quella visione del mondo per
cui non può esserci giustizia collettiva e progresso sociale
senza il riconoscimento delle libertà individuali: non
può esserci sviluppo senza democrazia, né democrazia
senza sviluppo. Insomma, un SI grande, un SI convinto, un SI a
tutto, anche al cambiamento delle regole del gioco, a cominciare
da piccole cose come l’abolizione del valore legale del
titolo di studio alle grandi cose come il battersi per la diminuzione
demografica perché dobbiamo prendere coscienza che è
la sovrappopolazione che impone al pianeta un danno permanente:
nel 1991, il celebre Jacques Cousteau disse che “per stabilizzare
la popolazione mondiale, dobbiamo eliminare 350 mila persone al
giorno”. Poi aggiungeva: “E’ una cosa terribile
a dirsi, ma è anche peggio non dirla”.
Dunque non sono utili le chiacchiere moralistiche e le limitazioni
gratuite ai diritti individuali; così come non è
per niente utile la cultura politica dell’immobilismo, tipica
della nostra città, e di quei giornalisti che cavalcano
il conservatorismo anti-cambiamento e anti-futurista. Il mercato
è indispensabile, ma non è né un mito né
un toccasana. E’ ora di cominciare a formare la nuova generazione
tentando di riparare i guasti dell'odio che a loro è stato
infuso per l'economia, per la scienza, per il mercato, per la
stessa libertà. Per non parlare della credenza acritica
verso le televisioni e i giornali. La vera opposizione alla decadenza
del sistema imperante in cui siamo immersi, esiste, ma non ha
spazi, anzi, lo spazio mediatico viene offerto soltanto agli imbonitori
terroristi, ostaggi dei veti incrociati della politica che riducono
la nostra città a un ossimoro, prigioniera delle proprie
contraddizioni. Non è dicendo NO che si risolvono i problemi.
I problemi si risolvono dicendo SI e dando più libertà,
cioè con il liberalismo. La vera rivoluzione, almeno in
Italia, sarebbe proprio la rivoluzione liberale, o, per meglio
dire, liberale liberista libertaria.
Dunque, finiamola una buona volta con questo atroce miscuglio
di luoghi comuni per cui tutto ciò che è occidentale
è male, assieme a tutto ciò che è ricerca
e sviluppo. Finiamola con i continui processi alla scienza, alla
democrazia, al mercato, alla tecnologia, all’individuo e
alla sua voglia di autorealizzazione. Finiamola, altrimenti ci
troveremo con una patata bollente grande come un meteorite al
prossimo inverno. Abbiamo il coraggio, invece, di mandare nel
magazzino delle anticaglie questi rugginosi preconcetti fatti
da reticenze consacrate che concepiscono l’uomo come una
figura unidimensionale, insofferente alle regole e mosso esclusivamente
da impulsi di accumulazione di ricchezza. Sono queste sciocchezze
che ostacolano lo sviluppo, giacché tutti, assolutamente
tutti, abbiamo a cuore la Natura, la nostra Madre Terra, ma gli
opportunismi pelosi che mostrano l’Uomo sfruttatore insaziabile
della natura che servono solo a certe forze politiche per cavalcare
il buonismo ecologista portatore di veti, ma soprattutto di voti,
non ci aiuta e rischia di portarci nel medioevo. Prima mandiamo
in soffitta questa ideologia del “nonsepol” e meglio
sarà per tutti, se non vogliamo essere più il bradipardo
d’Europa.
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