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luglio 2006. Di Walter Mendizza. Pubblicato su NOTIZIE RADICALI
RIGASSIFICATORI: EZIOPATOGENESI DI UNA LESIONE MENTALE
Il 1° luglio si è fatta, a Trieste, una manifestazione
organizzata dagli ambientalisti sul molo Audace di fronte a piazza
Unità contro i rigassificatori ed il 4 luglio sul nostro
quotidiano Il Piccolo, è apparso un articolo scritto da
Roberto Morelli dove si evidenziava l’inevitabilità
di un referendum: “perché è difficile
dar torto ai promotori quando denunciano il «finto dibattito»
svoltosi finora, con i principali enti locali e le forze politiche
di destra e sinistra a giocare a rimpiattino rinviando di continuo
una chiara assunzione di scelta, e nascondendosi ogni volta dietro
le procedure sulle procedure. Ben venga il voto, che costringerà
tutti a venire allo scoperto”. Dunque, siccome non
è ancora emerso un sostanziale consenso trasversale sul
rigassificatore tra i due poli, si vuole addirittura indire un
referendum affinché sia la popolazione a decidere al posto
degli esponenti politici e degli organi amministrativi, introducendo
così, un principio di conflittualità tra i soggetti
pubblici e la cittadinanza.
Ci vorrebbe un rappresentante della psichiatria biologica italiana
che ci spieghi perché è diventato di moda cancellare
della nostra esistenza il rischio di fare delle scelte. Sì,
perché di questo si tratta: le scelte sono parte della
nostra esistenza, come il dolore e la gioia; ciononostante si
desidera estirpare la necessità di fare scelte, come se
fossimo sedotti dall’onnipotenza di anestetizzare la vita.
La valenza metaforica è enorme: non fare scelte evita il
dolore di sbagliare alimentando l’icona contemplata da parte
dell’umanità occidentale verso il mito della perfezione.
Continua Morelli: “Il nodo è invece la scelta
di fondo: rigassificatore sì o no? Ebbene, chi come la
gran parte dei pubblici amministratori è per il sì
ha non solo l’obbligo morale, ma pure tutta la convenienza
di spiegarne le ragioni ai cittadini: un impianto produttivo nuovo
da costruire e gestire, con ricadute occupazionali sia temporanee
che stabili, recuperando (nell’ipotesi Gas Natural) un’area
industriale dismessa e degradata; un ruolo concreto di «polo
energetico» per la città, cerniera di traffico (in
questo caso di risorse naturali) come lo fu nell’Ottocento;
l’esistenza al mondo di una sessantina d’impianti
analoghi (…) senza che mai gli attuali standard di sicurezza
abbiano destato problemi; il recupero a uso industriale del freddo
generato (i giapponesi ci surgelano il pesce); il contributo alla
soluzione di un enorme problema italiano, quello dell’approvvigionamento
di energia, che oggi ci vede appesi ai rubinetti russo e algerino;
una bolletta del gas sensibilmente inferiore per i triestini;
e forse una spinta ulteriore alle fusioni tra le ex municipalizzate
del Nordest, che qualificherebbe ulteriormente Trieste come capoluogo
di un polo dei servizi…”.
Allora, si chiederà il lettore: dati tutti questi vantaggi,
dov’è il problema? Il problema sta proprio nel trionfo
dell’inverosimile, il meglio del peggio dell’ipocrisia.
Innanzitutto perché i triestini si sono fatti prendere
dal panico, la sindrome di un eventuale 11 settembre a Trieste,
alimentato ad arte dai media locali. Già questo la dice
lunga su una città imbalsamata dal benessere, che in pieno
terzo millennio, sigla una sorta di patto terrificante con i mezzi
di informazione locali: “dateci brutte notizie, fateci avere
un po’ di paura, noi vogliamo essere dei replicanti, dei
mansueti mammiferi clonati dediti a conservare ciò che
abbiamo ereditato!”
In secondo luogo nel trionfo dell’inverosimile ovvero nel
meglio del peggio dell’ipocrisia sta nel fatto che indire
un referendum giacché le forze politiche non sono in grado
di decidere, equivale a dare una patente di irresponsabilità
a quelle stesse forze politiche che invece dovrebbero essere chiamate
a fare il loro mestiere che è quello di decidere. Mi dice
un esponente dello Sdi per questo tema, che è importante
perché può decidere la fisionomia della città,
siete contro?
La risposta è sì: siamo contro. Ma non perché
noi siamo sempre stati a favore dei referendum per qualsiasi cosa
e adesso ci gira il contrario; no, cari amici Sdi, è la
premessa maggiore che è sbagliata, cioè non è
vero che noi vogliamo fare referendum per ogni baggianata.
L’icona referendaria radicale ha sempre contemplato una
grande scelta di fondo, un bivio sociale di ampio respiro, un
afflato politico che odora di grandezza e fa vibrare il cuore
perché accresce la consapevolezza.
I referendum che abbiamo proposto (e voi compagni socialisti lo
sapete benissimo) sono snodi politici che cambiano il modo di
rapportarsi con i cittadini: divorzio, aborto, sistema maggioritario,
ricerca sulle staminali… Questo sì, modifica la fisionomia
di una nazione. Fare invece un referendum sul rigassificatore
è come farlo per aprire una pizzeria. Che senso ha? Non
è un’industria come tante altre? Non deve essere
lasciata all’iniziativa privata? Non basta solo rispettare
le leggi?
Se la risposta è no, non è un’industria come
tutte le altre allora che qualcuno ci dica il perché. Ma
il problema sta proprio qui, nell’assoluta incapacità
che qualcuno ci dica perché non è un’industria
come tutte le altre. Tralascio ovviamente le sciocchezze sul fatto
che il rigassificatore può scoppiare, che si tratta di
una bomba atomica camuffata, che il terrorista può arrivare
di nascosto o che l’aeroplano può precipitare proprio
sull’impianto, manca da parte degli interlocutori ambientalisti
la capacità di ascolto: nelle loro discussioni si vede
il seme del razzismo, ci si interrompe l’un l’altro
senza rispetto, si gridano le proprie ragioni volendo essere ascoltati
senza ascoltare, sviluppando l’incomprensione del fenomeno
e vomitando sui cittadini una miriade di luoghi comuni che fanno
emergere ingiustificate paure.
Propongo di invitare a ragionare con lucidità: non ci si
accorgerebbe di avere un piede se ogni tanto non entrasse un sassolino
nella scarpa. Perché è proprio il sassolino il sintomo
di un fastidio che si vorrebbe eliminare ma che invece è
indispensabile, utile a capire. Vogliamo bandire l’abitudine
a basarsi su fatti non verificabili che portano a “credere
con fede” cioè ad affermare senza esprimere le ragioni
dell’affermazione in un crescente fanatismo fondamentalista
e discriminatorio da qualunque parte esso venga.
Propongo di reagire allo stimolo ragionando onestamente, mettendo
nei piatti della bilancia i pro e i contro, i costi e i benefici.
Noi triestini vogliamo soltanto conoscere per deliberare, non
ci occorrono angoli smussati o biciclette con le rotelle, non
vogliamo che ci infarciscano la vita con comodità di ogni
tipo senza dare niente in cambio, sappiamo benissimo che il mondo
non funziona così, ma vogliamo allontanare l’immaturità
primitiva degli ambientalisti della domenica, che hanno l’ardire
di fare una manifestazione nel molo Audace dove non è stato
possibile annotare neppure una sola affermazione verificabile,
là dove, invece, si è registrato il puzzo dei pescherecci
con motori a gasolio il cui miasma aveva invaso mezza piazza Unità,
con gruppi elettrogeni accesi grazie agli stessi motori dal lezzo
nauseabondo che si vorrebbe allontanare dalle nostre narici.
A meno che gli ambientalisti non intendano che in inverno dovremo
riscaldarci con i vecchi motori puzzolenti delle barche, non è
più scusabile tanta ipocrisia, né è più
sopportabile manifestare contro il progresso come se questo fosse
necessariamente contro l’ambiente. Allo stesso modo è
intollerabile manifestare contro il consumo di gas o di energia
elettrica (come si faceva ipocritamente contro le centrali nucleari)
e poi tornare a casa, salire in ascensore, accendere la TV, il
forno a microonde e l’aria condizionata.
Dobbiamo decidere da che parte stare e se decidiamo di stare dalla
parte del progresso, allora non si perda altro tempo e si compiano
le scelte che privilegino le priorità decise. Infine, i
media facciano il loro lavoro che è quello di informare
invece di impaurire la popolazione, forse si venderanno meno giornali
ma sicuramente avremo cittadini più consapevoli e maturi,
cittadini che manderanno definitivamente in soffitta il culto
vernacolare del “no xe pol”. Come fondatore dell’associazione
Tecnosophia, associazione senza scopo di lucro per la ricerca
scientifica e per l’ecologia razionale (vedi www.tecnosophia.org)
mi appare difficile trovare una motivazione per dire NO ai rigassificatori
che si vogliono impiantare a Trieste.
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