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9 agosto 2006. Di Luciano Emili

EMERGENZA GAS. PERCHÈ SERVONO I RIGASSIFICATORI

La crisi strutturale del nostro import energetico è ormai evidente. Crescono le esigenze di incrementare la produzione di energia elettrica a fronte delle pressanti richieste. Per settembre è previsto il piano ministeriale per affrontare la più che probabile emergenza invernale del gas metano. I segnali che arrivano dall’Ucraina lasciano presagire nuove strozzature al transito dei nostri approvvigionamenti dalla direttrice Nord.

Nella direttiva Bersani c’è l’obbligo, per tutti i produttori di elettricità, di utilizzare al massimo, sin dall’inizio dell’inverno, le centrali ad olio combustibile per fare fronte ad eventuali interruzioni o carenze nelle forniture di gas metano ( inquinamento sic!) .
Pericolo di “black-out” del gas.

La richiesta energetica aumenta, il metano sta sostituendo le altre fonti sia nei consumi domestici sia nella produzione di gran parte dell’elettricità, il sistema import-produzione-consumi è alle strette, i gasdotti non sono sufficienti e i promessi rigassificatori procedono a rilento. La crisi russo-ucraina ha fatto riflettere sulla circostanza negativa che l’Italia dipenda da quattro tubi (gasdotti): tre provenienti da aree politicamente non proprio stabili (Russia, Algeria e Libia), il quarto dai giacimenti declinanti del Mare del Nord. Oggi il nostro paese può trasformarsi, con relativa facilità, da gas-dipendente a protagonista grazie ai rigassificatori. Il gas, liquefatto nelle zone d’origine, non collegate con gasdotti, può raggiungere i porti italiani con le metaniere attraverso Suez e Gibilterra.

L’import:
Importazioni in Italia di gas naturale.
Dati in percentuale
Dalla Russia il 33%, il 35% dall’Algeria, il 22% Norvegia/Olanda, il 6% Libia, il 3% di GNL e l’1% altro.

Molti paesi stanno implementando l’installazione di impianti di rigassificazione. Sul versante interno i motivi per il rilancio dei rigassificatori sono almeno due. Il primo è legato all’obiettivo, più volte ribadito dall’Autorità per l’energia , di ampliare il numero di importatori in modo che l’offerta di gas sia diversificata e diventi stabilmente superiore alla domanda per favorire un contenimento dei prezzi. Al momento l’ENI rimane padrona del gas italiano perchè è suo il prodotto nazionale prelevato nell’Adriatico e perché domina tutte le importazioni. Controlla la rete con la Snam Retegas e le riserve strategiche con la società Stogit. Il secondo motivo interno nasce dalla previsione degli esperti su un aumento considerevole della domanda di gas nei prossimi anni. Anche nell’ipotesi pessimistica di una crescita economica fiacca si prevede una richiesta dell’ordine di 20-25 miliardi di metri cubi nel 2010, forse 30 nel 2015.

Mentre: “in molti paesi nordici si stanno prendendo gli impegni di Kyoto molto seriamente. Essi hanno constatato che l’unico modo sicuro per mantenere le promesse di difesa ambientale, assicurando nel contempo un regolare flusso di energia oltre ad un maggiore uso del gas naturale è il ritorno al nucleare. I finlandesi, popolo che del rispetto ambientale fa una religione, continuano nella loro politica di sviluppo energetico che prevede principalmente il nucleare: nell’isolotto di Olikiuoto è in costruzione una nuova centrale di nuova generazione, classificata ecologica e senza pericoli ambientali, dalla potenza di 1.600 megawatt. Si ritiene che la politica energetica dell’epoca post Chernobyl sia da ripensare, viste le sfide geopolitiche e ambientali che si profilano all’orizzonte”, qui si sta ancora discutendo sui rigassificatori.

Già nel 1996 l’Enel ha cercato di battere la strada dei rigassificatori, anche per svincolarsi dalla dipendenza ENI, ma senza successo, ci provò a Montaldo e poi a Monfalcone. Ma di fronte agli insuccessi si è rassegnata ad una specie di accordo con il gigante petrolifero e si è addirittura rassegnata a dipendere dalla Francia per la rigassificazione di 4 miliardi di metri cubi importati dalla Nigeria che dopo l’opportuno trattamento vengono trasportati in Italia con gasdotto con costi decisamente superiori.
Probabilmente proprio per l’insuccesso, determinato, anche grazie al contributo dei comitati di quartiere o associazioni ambientaliste in modo particolare il WWF del FVG, il rigassificatore di Monfalcone non è stato fatto. E’ così che a tutt’oggi, per le sopraccitate ragioni, non si è avviato quel percorso di liberalizzazione dell’importazione del gas naturale che conseguentemente sortirebbe l’effetto di un controllo dei prezzi del gas. Probabilmente in questi 13 anni con una maggiore flessibilità dei mercati e a fronte dei minori costi energetici, nelle tasche degli utenti ci sarebbero più soldi e una maggiore tutela ambientale . La svolta italiana del gas liquido è tutt’oggi ostacolata soprattutto dall’effetto Nimby (Not in my backyard, non vicino a casa mia). Inoltre anche le amministrazioni pubbliche non volendo riconsiderare a fondo le strategie energetiche in più di un’occasione si sono adagiate all’ombra delle proteste ambientaliste.