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novembre 2006. Di Walter Mendizza. Pubblicato su Notizie Radicali
IL CLIMAX DEI VERDI
I Verdi sono stati il primo partito a misurare gli effetti del
loro congresso in termini di cambiamento climatico. Peccato.
Potevamo esserlo noi nel Congresso dei Radicali che si è
tenuto qualche giorno prima di quello dei Verdi. Come associazione
Tecnosophia avevamo preparato un intervento che faceva riflettere
ai congressisti sugli effetti che il congresso avrebbe avuto sull’ecosistema,
sull’energia che si sarebbe consumata in quei 4 giorni per
tenere il congresso e su quanta ne era stata consumata mediamente
ipotizzando semplicemente che il 50% dei presenti si fossero recati
a Padova con il proprio automezzo e l’altro 50 in treno.
Al di là dell’importanza di essere primi (i secondi
non fanno la storia) bisogna ammettere che il problema dell’energia
e del cambiamento climatico è all’improvviso saltato
all'attenzione pubblica. La dimostrazione sta proprio nel fatto
che il tavolo per l’energia (nel congresso) è stato
certamente quello più seguito: Antonio Bacchi ha riferito
una media di oltre 30 persone. Purtroppo non potemmo intervenire
in quanto eravamo 80-simi in lista.
Tornando al problema dell’energia e del cambiamento
climatico, mi preme sottolineare che anche se fossimo
stati i primi a “misurare” l’effetto del Congresso
sul clima e quindi a vantare questo primato di originalità,
sicuramente non avremo avuto la stessa considerazione dei Verdi
da parte dei telegiornali. Ciò è dovuto a due motivi:
il primo, perché ormai i giornalisti presenti erano attenti
solo alla disputa tutta interna volta a capire la natura dello
scontro tra Marco Pannella e Daniele Capezzone. Il secondo, è
che nel nostro Paese vige un luogo comune duro a morire e cioè
che dire qualcosa di “verde” lo si aspetta, appunto,
solo dai verdi e non dai radicali. Doppiamente peccato! Sì,
poiché il tema dell’energia è stato da sempre
un tema radicale che è scomparso dall’agenda politica
per comparire purtroppo in un momento difficile e delicato della
vita del partito. Siamo stati noi radicali ad allertare la pubblica
consapevolezza delle questioni energetiche così come siamo
stati noi radicali a “regalare” il simbolo del Sole
che ride ai Verdi e purtroppo con il simbolo abbiamo ceduto anche
la battaglia politica.
Nel 1977 l’indagine conoscitiva della Commissione
Industria della Camera, presieduta da Loris Fortuna,
pur aprendo spazi al dissenso antinucleare e ritardando l’avvio
del piano del governo, fu chiusa affrettatamente sanzionando le
scelte di Donat Cattin che voleva ben 12 centrali nucleari da
1.000 MW come base di partenza del piano energetico. Il dibattito
alla Camera cadeva in un momento di crescita del movimento antinucleare
condizionando la posizione di tutti i partiti che a pochi mesi
dall’accordo programmatico si rimangiarono le posizioni
sostenute in passato. Il PSI fece autocritiche feroci sull’appoggio
dato alla scelta nucleare e sul numero stesso delle centrali degradandole
a “fonte residuale”. Un giro di 180 gradi che dalla
necessità del nucleare passò diritto diritto in
campo antinucleare. Anche il PCI cambiò posizione. Così
la politica energetica rimase vuota di contenuto e lo spazio politico
fu a poco a poco occupato dal “ripetitore automatico”
dei Verdi con il loro nichilismo da salotto che li portava a difendere
il non fare mai nulla, ad opporsi a qualsiasi cosa puzzi di sviluppo.
Incapaci di pensare al futuro del Paese, sono diventati una casta
che si autogenera opponendosi al progresso e diventando paladini
ambientalisti, sciampisti dell’ambientalismo militante.
Poi, dieci anni dopo, nel novembre del 1987,
si tenne lo sciagurato e demagogico referendum che ebbe un voto
inconsapevole e irresponsabile influenzato dall'onda emotiva provocata
dal disastro di Chernobyl. Fece seguito al referendum il Piano
Energetico Nazionale del 1988 (l’ultimo elaborato nel nostro
paese) con il quale si metteva in atto una moratoria di cinque
anni alla costruzione di nuove centrali e si ponevano le basi
per la dismissione di quelle esistenti.
Ora possiamo rallegrarci di averle azzeccate tutte per
affossare il Paese: abbiamo comprato un quarto del fabbisogno
di energia elettrica dalla Francia e da altri Paesi che la producono
con le medesime centrali atomiche che non abbiamo voluto. Abbiamo
subito un notevole aggravio dei costi, poiché gli altri
tre quarti si sono prodotti usando prevalentemente costosissimi
derivati del petrolio o gas. Abbiamo perso il know-how con un
gap di 20 anni difficile da recuperare. Abbiamo un costo dell’energia
elettrica di oltre il 50% in più rispetto ai francesi.
La ricaduta di tale costo sulla competitività dei nostri
prodotti è inestimabile. Non siamo neppure garantiti dai
rischi di inquinamento in quanto nel malaugurato caso di incidente
ad una centrale francese, i venti sposterebbero la nube radioattiva
proprio su di noi. Siamo stati degli imbecilli, abbiamo speso
una valanga di miliardi in più, abbiamo corso gli stessi
rischi e come se non bastasse, abbiamo consegnato il nostro futuro
in mano agli stranieri. Difficile fare peggio.
Difficile fare peggio anche per i radicali.
Denunciano il Caso Italia e poi sono gli altri a cavalcarlo. Si
è lasciato che nell’immaginario collettivo fossero
i verdi a lanciare l'allarme sui pericoli del cambiamento climatico
pur sapendo benissimo che il movimento dei verdi non c’entra
niente, l’allarme è stato dato dagli scienziati.
Le origini del movimento dei verdi vanno nella direzione che vedono
nell'industria moderna un elemento di distruzione dell'integrità
della natura, sognando un improbabile mondo fatto come nella pubblicità
del Mulino Bianco. I verdi toccano la coscienza cloroformizzata
degli italiani ergendosi a paladini romantici e conservatori contro
l'industrialismo che rappresenta una minaccia. E hanno avuto gioco
facile giacché nel nostro Paese le gerarchie vaticane sono
da sempre ostili alla scienza e alla tecnologia, per cui risulta
semplice per chiunque intromettersi in quel filone. Il movimento
dei verdi si è sviluppato attorno ad un’idea assolutamente
idiota: quella di conservare la natura di fronte all'avanzare
della tecnologia degli uomini.
Bisogna che il movimento radicale abbia la forza
e la volontà di fermare questa filosofia dell’austerità
basata sul ritorno alla “natura” che è devastante:
non potrà mai esserci un tale ritorno, giacché la
"natura" non esiste più. Viviamo in un mondo
in cui l'influenza umana è ovunque; e la nostra unica salvezza
è rivolgerci alla scienza e alla tecnologia perché
è là che dovremo attingere per trovare le risposte
al problema del cambiamento climatico.
Occorre che le questioni ambientali, diventino parte
integrante del programma dei Radicali, nonché
dell'insieme dei diritti e doveri che costituiscono il contratto
tra il governo e i cittadini, coinvolgendo anche il sistema fiscale
e quello del welfare. Il principio guida deve essere che l'ambiente
non può più considerarsi un bene senza costo. Gli
incentivi ed i crediti fiscali potrebbero essere fattori motivanti
per un cambiamento dello stile di vita dei cittadini, delle organizzazioni
pubbliche e delle imprese.
Gli incentivi fiscali e le sanzioni, abbinate
all'educazione ambientale e a un maggiore senso della responsabilità
personale, dovranno contribuire a promuovere cambiamenti assertivi
nel comportamento quotidiano delle persone. L’ambiente,
l’allarme del clima e l’energia rappresentano lo sviluppo
tecnologico che sarà nei prossimi vent'anni ciò
che l'information technology è stata nei venti precedenti:
una forza eccezionale di vitalità economica incoraggiante
del più grande e vasto cambiamento economico e sociale
del secolo.
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