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aprile 2007. Di Walter Mendizza. Pubblicato su NR e su
TELLUSfolio.it
CASTRO: ICONA VERDE-ROSSA
Il passato 28 marzo, dopo una lunga convalescenza, è ritornato
Fidel Castro. La sua lunga analisi si trova sul giornale di regime
Granma: http://www.granma.cu/espanol/2007/marzo/juev29/reflexiones.html.
Ecco la parte iniziale del suo discorso: “Condenados a muerte
prematura por hambre y sed más de 3 mil millones de personas
en el mundo. No se trata de una cifra exagerada; es más
bien cautelosa. En eso he meditado bastante después de
la reunión del presidente Bush con los fabricantes norteamericanos
de automóviles. La idea siniestra de convertir los alimentos
en combustible quedó definitivamente establecida como línea
económica de la política exterior de Estados Unidos...”
L’avevamo lasciato morente qualche mese fa dopo una delicatissima
operazione intestinale. In Florida già si facevano i piani
per il dopo Castro. Invece Castro si ristabilisce. E si risveglia
non solo rosso ma anche verde. La sua ripresa è talmente
“verde” che anche lui abbraccia la fede ecologista
e scaglia su Bush le sue cariche demagogiche e populiste da vecchio
caudillo che sa come blandire il suo popolo: “Bush condanna
a morte prematura per fame e sete più di tre miliardi di
persone nel mondo”… A quanto pare l’operazione
gli ha fatto bene. Ha alzato il tiro: non più Iraq o Afghanistan,
troppo lontani per noi europei, figurarsi per un cubano; è
come parlare di Marte o di Giove. Per il ritorno di Castro è
stato scelto un tema che serpeggia da tempo anche nella sinistra
italiana: l’ambiente. La nuova religione ambientalista che
ha intriso il cervello di pregiudizi ad una fetta non trascurabile
della nostra popolazione non poteva non essere in prima fila nella
battaglia contro Bush. Nell’alzo del tiro ha probabilmente
giocato anche l'effetto dell'ultimo rapporto del WWF, del novembre
scorso, che presenta Cuba come il modello di uno sviluppo sostenibile.
Quindi Castro è pronto per un altro attacco a Bush ma questa
volta con una nuova “arma”: i biocarburanti.
Detta così, verrebbe spontaneo pensare che Castro avesse
in testa di contrastare il petrolio Texano ed i petrodollari con
l’etanolo ricavato dalla canna da zucchero. Invece no. Se
la prende con il presidente degli Stati Uniti perché lo
stesso Bush ha deciso di puntare sull’etanolo per il trasporto
con una graduale sostituzione di benzina e diesel. Avete capito
bene! Se la prende con chi vuole sostituire la benzina con l’etanolo.
E dato che l’etanolo viene ricavato dal mais o dalla canna
da zucchero (di cui Cuba e Brasile sono grandi esportatori) allora
anche Castro viene folgorato dalle ubbie ambientaliste e parla
di “sinistra idea di convertire gli alimenti in combustibile”.
A parte il fatto che gli alimenti sono già combustibile
per il nostro corpo, viene da chiedersi: ma come? Non è
questo che vent’anni fa avrebbero voluto i comunisti e i
verdi? Non è questa la via che si predicava? Non è
la manna arrivata dal cielo per dare più terre da coltivare
ai campesinos? Che è successo?
E’ successo che l’ecologia ha esercitato una spinta
incontenibile. La stessa che fa sragionare i nostri ambientalisti
della domenica, quelli che prendono i contributi per farci sognare
un mondo alla Mulino Bianco anche se tale mondo non esiste. L’importante
è tutelare anche il più piccolo degli alberi affinché
non venga tagliato per costruire una sordida autostrada da oscuri
intrecci capitalisti. Così, l’ubbia ambientalista
folgora anche Castro: l’avevamo lasciato icona del pacifismo
e ce lo rinveniamo paladino dei movimenti ecologisti più
estremisti. Pensavamo che moriva leader del movimento No-global
e invece lo ritroviamo rinato che si scaglia contro la sciagurata
idea di convertire gli alimenti in combustibile. Perché
ciò significa deforestazione e più acqua da consumare,
con il risultato – dice Castro – che le conseguenze
di questa misura sono la “condanna a morte prematura per
fame e per sete di oltre 3 miliardi di persone nel mondo”,
come recita testualmente in spagnolo l’occhiello di questo
articolo.
Ma come? I biocarburanti non erano stati unanimemente invocati
come soluzione per il protocollo di Kyoto? Non dovevano essere
la soluzione per la riduzione di emissioni di CO2? Cos’è
cambiato nei movimenti estremisti (tra cui Greenpeace) che da
un’iniziale prudenza sono poi passati ad essere apertamente
ostili? Cosa mai è potuto balenare negli encefali dei verdi
ambientalisti comunisti e don chisciotteschi che hanno deciso
di combattere l’implacabile mulino di tutte le miserie umane
asserragliati in una resistenza ad oltranza contro l’etanolo?
Non sarà che l’interesse per il picco del petrolio
cela invece un interesse più sordido, quello del rintocco
delle campane che suonano a morte per il capitalismo? Non sarà
che tutti aspettano quest’ora del picco come l’ora
segnata dal destino, l’ora del crollo dell’industria
automobilistica simbolo della prepotenza insolente del capitalismo?
Non sarà che la proposta di Bush di convertire all’etanolo
il 20% dell’industria automobilistica entro il 2012, possa
far indulgere la gente a non giudicarlo più l’incarnazione
del male, la personificazione del capitalismo indifferente alla
sofferenza e possa farlo diventare ai loro occhi perfino “etico”?
Non sarà che l’accordo che Bush ha fatto con Lula
in Brasile per moltiplicare l’industria dei biocarburanti
è per rallentare l’espansione in America Latina del
presidente venezuelano Hugo Chavez, grande alleato di Castro e
suo aspirante successore come paladino della lotta internazionale
antimperialista? Non sarà che scagliandosi contro le multinazionali
si pongono le basi per un nuovo totalitarismo?
Ecco che allora si spiega tutto. Il redivivo Castro con il suo
ambientalismo usato come specchio per le allodole vuole in realtà
un maggior consumo di petrolio da parte dei Paesi latino-americani
per le mire espansionistiche del suo amico Chavez. Più
petrolio implica più ricchezza per il Venezuela e di conseguenza
più finanziamenti diretti a Cuba, Bolivia, Ecuador, cioè
a quei paesi maggiormente antiamericani. L’alleanza Bush-Lula,
invece, tende a svincolarsi da questa dipendenza e perciò
Castro la percepisce come una grave minaccia.
Paradossalmente, gli ambientalisti che salutano il ritorno di
Castro sulla scena internazionale, credono di combattere il consumo
di combustibili fossili ma finiscono perversamente per fare gli
interessi dell’industria petrolifera: si riempiono la bocca
con buonismo verde ed evacuano totalitarismo rosso.