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18 maggio 2007. Di Walter Mendizza. Pubblicato su Notizie Radicali

L’INDUSTRIALIZZAZIONE E L’AGRO PONTINO

In Friuli Venezia Giulia la moderna industrializzazione ci è arrivata di botto tra capo e collo. La sua repentina comparsa ci ha fatto scoprire che essa è come un Giano bifronte, un dio bicefalo con entrambi i volti ostici. Da una parte la politica scopre che risulta assai complicato avviare trattative di concertazione con gli stakeholders, cioè con le forze sociali portatrici di interessi. E’ il primo volto della politica: l’incapacità di decidere. In questo caso le forze politiche rischiano di avocare a sé una patente di irresponsabilità giacché non sono in grado di fare il loro mestiere che è quello di decidere, cercano in modo maldestro di avviare qualche processo innovativo, di aggregare attorno a sé un po’ di forze sociali affinché si possa spalmare con costoro le proprie responsabilità. E’ il solito modo gattopardesco di fare moine e distribuire prebende per poi lasciare le cose come stanno, magari sotto una dicitura semantica avvincente come quella di realizzare i cambiamenti in un contesto sociale favorevole per uno sviluppo sostenibile. Le questioni di merito passano ogni giorno in secondo piano rispetto alla capacità di chi governa di definire una “agenda” in grado di gestire le forme di adattamento della società ai fattori di mutamento che bussano alla nostra porta.

L’altra testa del Giano bifronte appare quando le forze politiche decidono di decidere. Anche in questo caso nascono i problemi. Ogni volta che un governo (nazionale, regionale, comunale) vuole fare qualcosa, i rispettivi parlamenti o i consigli fanno saltare l’iniziativa perché impopolare agli occhi della gente. Il governo monocolore democristiano che ha governato per mezzo secolo ci ha resi irresponsabili e portiamo con noi un deficit di democrazia difficilmente colmabile. Appare incredibile che ancora oggi ci riempiamo la bocca di democrazia senza renderci conto essa significa sostanzialmente scegliere un dittatore per 4 o 5 anni, dopodiché, calcio nel sedere se non è piaciuto e si cambia. E appare ancora più incredibile che chi vuole fare così risulti addirittura osteggiato anche dalla sua stessa maggioranza: il presidente Illy è un decisionista ma la sua giunta sembra sul punto di saltare a causa di una serie di scelte sull’ambiente. Nella nostra regione i punti della discordia sono almeno sette: 1) i rigassificatori, 2) la Tav, 3) la terza corsia dell’autostrada A4, 4) il cementificio di Torviscosa, 5) il mega-impianto per la produzione del vetro nell’area industriale dell’Aussa-Corno, 6) gli elettrodotti e 7) le casse di espansione sul Tagliamento.

Questi punti di contrasto sono iniziati con il rigassificatore di Trieste, e hanno sollevato il sipario su una politica territoriale e sui suoi effetti concreti sulla vita dei cittadini dei quali non si era mai discusso e che quasi nessuno aveva previsto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: pullulano le proteste, i verdi e gli ambientalisti della domenica minacciano ricorsi al Tar ed inverosimili comitati sorgono come funghi, da quello per la salvaguardia del golfo di Trieste fino all’improbabile comitato per la salvezza del piro piro boschereccio. Purtroppo, in questo confuso trambusto, in questo panorama caotico, brilla per l’assenza un protagonista, quello che sarebbe dovuto apparire sul palco per spiegare ai cittadini i fattori di cambiamento sul territorio: non si vede da nessuna parte il politico. Ed è talmente grande e talmente grave la sua assenza che le questioni di merito sono sfuggite prima e scomparse poi dall’agenda politica.

Vediamo come si sta comportando la Regione. Sappiamo che i rigassificatori possono rappresentare un’occasione di sviluppo per la nostra città. Si tratta di impianti produttivi nuovi da costruire e gestire, con ricadute occupazionali sia temporanee che stabili, che nell’ipotesi del rigassificatore on shore, cioè quello a terra, recupera un’area industriale dismessa e degradata. Un ruolo concreto di “polo energetico” per la città, cerniera di traffico (in questo caso di risorse naturali) come lo fu nell’Ottocento. L’esistenza al mondo di una sessantina d’impianti analoghi senza che mai gli attuali standard di sicurezza abbiano destato problemi dovrebbe essere un forte incentivo alla costruzione almeno del rigassificatore on shore. Poi c’è ancora il recupero a uso industriale del freddo generato (i giapponesi ci surgelano il pesce) nonché la soluzione di un enorme problema italiano, quello dell’approvvigionamento di energia che oggi ci vede dipendere dai rubinetti russo e algerino. Infine una bolletta del gas sensibilmente inferiore per i triestini e una spinta ulteriore alle fusioni tra le ex municipalizzate del Nordest, qualificherebbe ulteriormente Trieste come capoluogo di un polo dei servizi. Sui rigassificatori, Illy si era pronunciato in un primo momento a favore di entrambi, quello on shore e quello off shore, attirandosi tutte le furie degli ambientalisti estremisti. Ora, la Regione sembra avere adottato una risposta più flessibile e più abile: sostiene con il governo nazionale un solo progetto e non due, e forse prevarrà quello a terra. A Trieste chi tocca il mare rischia l’ira funesta dei triestini.

Anche il Treno ad Alta Velocità è appoggiato dalla Regione giacché è una infrastruttura decisiva per lo sviluppo non solo del nostro territorio, ma del Paese. L’elettrodotto è necessario per aiutare le imprese a recuperare competitività ottenendo energia a costi più bassi. Per quanto concerne il cementificio di Torviscosa, stante il risultato della Valutazione di Impatto Ambientale (la cui autorevolezza non si mette in discussione a differenza di quanto fanno altri) e viste le relative prescrizioni, non sembrano sussistere ragionevoli motivi per opporsi alla realizzazione dell’impianto in oggetto. Poiché si sta valutando una richiesta di insediamento industriale da parte di un proponente privato, l’unico vincolo che può essere posto è quello del rispetto delle norme, senza partire – come fanno alcune associazioni ambientaliste – da una presunzione di colpevolezza. La fase più delicata sarà la verifica nel corso degli anni del rispetto delle normative in fase di esercizio. E forse, proprio in questa occasione, le associazioni ambientaliste potranno offrire il loro servizio. Invece in Italia le cose sembrano funzionare alla rovescia: gli ambientalisti prendono posizioni “a priori” contro un insediamento e dopo nessuno verifica il rispetto delle normative. Entrando, poi, nel merito di uno dei punti critici espressi dalla VIA ed in particolare i “Disagi emotivi conseguenti al crearsi di condizioni rifiutate dalla sensibilità comune” visto che “Dai pareri pervenuti dai Comuni interessati si può desumere un generale rifiuto dell’opera da parte della cittadinanza interessata” (pag. 16 del verbale della seduta del 7 marzo 2007 della Commissione Tecnico–Consultiva VIA), potrebbe essere utile costituire un comitato di informazione tecnico-scientifica che si occupi di fornire alla cittadinanza corretti elementi di conoscenza, senza delegare questo compito soltanto alla stampa. La mancanza di cultura tecnica e scientifica è infatti una delle principali cause di rifiuto a priori di troppe realizzazioni industriali e grandi opere.

Al di là della singola questione, il problema non è tanto cosa fare, ma il come farlo e purtroppo nessuno in realtà discute sul “come”. Si discute di altro. Si discute dei cittadini, della gente comune. E questa discussione porta con sé una débacle sulla quale il governatore Illy rischia di scivolare: la gente su cui Illy fonda il proprio partito “Cittadini per il Presidente” avverte sé stessa come “Cittadini per il Presidente che gli esclude”. E da cosa li esclude? Dalla responsabilità della decisione.

Ci vorrebbe un rappresentante della psicologia sociale per spiegare il sorgere di questo conflitto sociale e districarsi nel Giano bifronte politico cercando di capire cosa vogliono i nostri concittadini. Da un lato siamo troppo pigri e qualunquisti per seguire la politica e la liquidiamo con luoghi comuni come “politici ladri” oppure “sono tutti uguali”, ecc. Dall’altro non appena il governatore fa il suo mestiere di decidere, noi indolenti rappresentati riveliamo una non comune capacità di protesta, perché abbiamo l’impressione che sulle questioni che ci riguardano, coloro che amministrano, i politici, ci negano il diritto di intervenire: non ci ascoltano e non ci lasciano nemmanco partecipare. Così facendo si è arrivati al paradosso di aver legittimato una protesta, ancorché lecita, non per questo fondata. Perciò oggi la politica appare preoccupata di difendere il proprio status, la propria identità di classe e l’azione di governo appare progettata dall’alto, senza i cittadini, secondo la logica mondirezionale discendente del potere. Questo è il messaggio sgradevole che il presidente Illy ha trasmesso e che sembra di non aver neppure avvistato. E non ha ascoltato la richiesta che arrivava dalla regione: quella di un accesso dei cittadini all’arena decisionale.

Probabilmente l’azione politica di Illy di non voler allargare ad altri la possibilità di scegliere, è una mossa per posizionarsi nello scacchiere politico in vista delle elezioni regionali del 2008, forse per accedere in pompa magna in quel Partito Democratico che gli sarebbe stato vietato di entrare con la propria lista civica, giacché il partito di Illy, Cittadini per il Presidente, per il solo fatto di esistere potrebbe sottrarre quel margine di voti al P.D., che anche se piccolo (almeno un 5%), provocherebbe al tanto atteso test della sua prima uscita, le regionali del FVG del prossimo anno, una vera e propria catastrofe elettorale. Questo spiega come mai un leader attento all’immagine come Illy non abbia voluto tener presente la sua duplice natura di responsabile del governo e di massimo difensore dei cittadini. Dato che all’opinione pubblica risulta difficile mostrare entrambi i volti, Illy ha deciso di ostentare quello decisionista e assertivo che gli è più consono. Del resto, Illy ha ben capito che se si vuole fare qualcosa in questo Paese bisogna imporlo. Se il fascismo non fosse stata una dittatura, staremmo ancora a discutere se bonificare o no l’Agro Pontino.

Tuttavia questo dissidio tra cittadini e Cittadini per il Presidente non si tradurrà in un maggiore surplus democratico. Gli italiani sono un popolo profondamente fascista (o comunista che è l’altra faccia della stessa moneta) cioè intimamente antiliberali e sentono il bisogno di essere guidati senza dover decidere alcunché. D’altra parte, se li si fa decidere, diventano come per la nazionale di calcio: ognuno è un allenatore ed ognuno ha la propria formazione in testa. Quando a Gorizia i compagni dell’associazione “Trasparenza è Partecipazione” fermano i cittadini per farli firmare una petizione per la scelta diretta del difensore civico, si sentono dire: ancora altre elezioni? Ancora altre spese? Noi non gavemo soldi da buttar via… E’ difficile far capire loro che i soldi si buttano via proprio per il deficit democratico del Paese: in America si sceglie tutto, dallo sceriffo locale ai giudici, e tutti devono presentare un programma in modo che i cittadini possano eleggere chi meglio li convince e chi meglio spiega in quale direzione il futuro eletto vorrà avviare la propria azione di giustizia. In Italia invece, come il Giano bifronte i nostri cittadini da un lato non sono disposti a rilasciare deleghe in bianco ma dall’altro neppure a fare scelte di partecipazione a tutto campo. Le proteste sul conflitto ambientale in FVG avranno un solo risultato: allargare lo spazio delle questioni pubbliche privando di valore la delega. E la nostra incapacità politica unita al deficit culturale democratico faranno emergere tensioni istituzionali profonde che si tradurranno in una mancata fiducia verso i governanti. Sarà l’inizio della fine, prenderà piede l’intima convinzione che i politici non sappiano agire tenendo conto dei diversi interessi in gioco e della natura dei problemi.

Il recente G8 a Trieste ha sicuramente catalizzato le proteste di quell’ambientalismo malato e infantile che accusa la tecnologia sempre responsabile di tutti i mali e l’uomo eterno colpevole del furto prometeico. In questo quadro politico, non è possibile identificare uno spazio di mediazione con i diversi interessi in gioco perché sono tanti e contrapposti e qualora se ne volesse tener conto si finirebbe per restare immobilizzati. E’ l’uso gerarchico del potere che può legittimare un leader e la sua coalizione. Ed è proprio attraverso un leader che può rinascere la capacità di una rappresentanza generale della collettività. Non è cercando di ricostruire uno sbiadito interesse generale condiviso e annacquato che si può andare avanti. Il come delle cose risiede dunque nella democrazia dell’alternanza, fatta ogni volta da cinque anni di “dittatura”. Il modello americano o anche il modello francese ci insegnano come fare. Questo è l’unico modo per uscire dal pantano in cui ci siamo cacciati e per riscoprire il senso del nostro vivere comune.