12
luglio 2007. Di Walter Mendizza.
METTI L’EUROPA NELLA MITTELEUROPA
Trieste si trova al centro della Mitteleuropa e della sua vantaggiosissima
posizione non sempre sembra accorgersene. Anzi, per qualche motivo,
tutto viene ridimensionato tanto che qui vige il “No se
pol”, cioè non si può, non possumus. Le aperture
ad Est si fanno tenendo conto degli imperativi negativi dei nostri
vicini. Così, se la Slovenia dice “no” ai rigassificatori,
accettiamo supinamente questa posizione medievale. A nessuno sfugge
che il “no” dei nostri vicini è perché
i rigassificatori vogliono farli loro. A nessuno sfugge tranne
a noi. Qui a Trieste si toccano radici storiche profonde e quando
si parla di apertura ad Est, molti non vedono di buon occhio la
cosa. Si tratta di una posizione antistorica che in un mondo globalizzato
rischia di tenerci fuori da tutti i giochi. Lubiana è un
capoluogo di regione super dinamico, super giovane, super moderno
rispetto a noi: i suoi trecentomila abitanti aspirano al ruolo
di interlocutore privilegiato con l’Europa centrale. E Zagabria?
Idem. Con il suo milione di abitanti, gioca sullo stesso terreno:
la diatriba sul corridoio V con la Slovenia si sta risolvendo
proprio perché la Croazia ha deciso di realizzare un proprio
corridoio diretto con Budapest. E quel che è incredibile
è che non ci rendiamo conto che è Lubiana che ci
spinge a riprendere il progetto del corridoio V per evitare che
la centralità si sposti ad Est. Insomma, stiamo giocando
una partita fatta da altri e decisa da altri. Noi non contiamo
nulla. Aspettiamo la nostra ora con l’orologio fermo.
A nessuno sfugge l’importanza geopolitica di Trieste. A
nessuno, tranne ai triestini. La verità è che siamo
inadeguati e pasticcioni all’ora di implementare quella
capacità di attrarre investimenti e di ospitare servizi
che rispondano alla domanda di funzioni superiori, funzioni preziose
per lo sviluppo dell’intera area e dell’intera regione.
Trieste si è arroccata a difendere la propria identità,
la propria memoria arginando le frontiere che ormai cadono come
foglie d’autunno in una inconsapevole autocertificazione
di irrilevanza culturale. Una resa all’egemonia incontrastabile
dell’impetuosità dei nostri vicini, l’Austria,
la Slovenia e la Croazia. Trieste è incapace di costruire
quella primazia sul ruolo che le diverse città, regioni
e nazioni sono invece in grado di assumere all’interno di
un più ampio settore europeo. Tra pochi mesi il confine
sloveno sparirà ma noi continueremo ad avere sempre in
testa la bandiera dell’identità a difesa di un confine
che ci rassicura su ciò che eravamo ma non su ciò
che saremo, e quel che è peggio, non saremo neppure capaci
di nutrire l’ambizione di conquistare una nuova centralità.
Giorni fa la galleria Tergesteo, al centro della nostra città,
in piazza della Borsa, è stata acquistata dal fondo americano
Carlyle. E’ probabile che il ragionamento del fondo Carlyle
era quello di sfruttare la posizione geopolitica della nostra
città. Solo che chi ha deciso di fare quell’investimento
non ha tenuto conto della nostra mentalità, ha giustamente
ragionato con la propria testa facendo i conti senza l’oste.
Ha pensato ed ha provveduto a fare quello che noi non siamo in
grado né di pensare né di fare, e cioè che
il modo migliore per tutelare l’identità della nostra
città è costruire le basi di uno sviluppo solido
che investa tutte le sue risorse sulla modernizzazione e sulla
internazionalizzazione. Gli americani hanno guardato la posizione
di Trieste e hanno pensato che la nostra città potrebbe
essere una delle capitali del centro Europa. Non hanno pensato
che a nord abbiamo Monaco e la Baviera che ormai punta direttamente
a essere un baricentro dell’intera Europa, che si posiziona
su una piattaforma industriale impressionante, e che sta sviluppando
un sistema di servizi di livello internazionale. Non hanno pensato
a tutto questo perché gli americani sono competitivi. A
loro non gliene importa nulla che Vienna punti alla sua pianura
sul Danubio o a candidarsi come filtro tra le connessioni verso
l’Europa orientale, il Baltico o i Balcani.
Agli americani non può che sembrare del tutto naturale
che Vienna abbia scelto di avviare una integrazione infrastrutturale
e funzionale con Bratislava per la nascita di una nuova metropoli
transnazionale. Sarebbe stupido non farlo. Per la loro mentalità
competitiva, è naturale che anche gli altri si diano da
fare. Budapest è una capitale emergente: il terminale del
corridoio V sia ferroviario che stradale, la porta verso i grandi
mercati dell’Ucraina, della Russia e dell’Asia. Quindi
Vienna non fa altro che giocare la sua partita e gli americani
pensano che anche noi giocheremo la nostra. Purtroppo non è
così. Trieste non gioca nessuna partita: come sempre, è
pronta a sedersi dalla parte delle vittime perché tutti
gli altri posti sono occupati. Perciò agli americani non
passerebbe mai nemmanco per l’anticamera del cervello, come
si usa dire, che qualora si dovesse fare un rigassificatore a
Trieste, non venga, ad esempio, sfruttata l’energia fredda
che il rigassificatore produrrebbe. Probabilmente non hanno pensato
a comperare il terreno dove dovrà sorgere il rigassificatore
per crearci un’industria del freddo semplicemente perché
è talmente ovvio che non s’immaginano neppure che
una cosa così, invece, non ci balena in testa. E non perché
non sia stato pensato.
L’associazione ambientalista Tecnosophia, ad esempio, ha
proposto questo schema anche in termini industriali ed ha trovato
pure gli industriali che vorrebbero sfruttare il freddo…
solo che la cosa si è arenata quando l’hanno presa
in mano i nostri politici. E qualunque cosa prendano in mano i
nostri politici, subito diventa un’altra cosa. Tutto cambia
prospettiva e ciò che è business per il resto del
mondo, in Italia invece, non lo è, o appare quantomeno
sospetto. Non ne parliamo poi se si ha a che fare con un Comune
amministrato dal centrodestra che sta in una regione di centrosinistra,
con un governatore (Illy) appartenente ad una delle borghesie
più ricche del Paese, e con un governo centrale di centrosinistra
con al Ministero dell’Ambiente personaggi come Pecoraro
Scanio. La fattibilità di un’industria del freddo
in queste condizioni, rasenta lo zero assoluto! In ogni caso,
al di là della battuta, una centralità territoriale
la si potrà costruire solo con un progetto infrastrutturale
e con una strategia di alleanze e di relazioni che riposizioni
Trieste nell’ambito europeo ed internazionale. E’
una situazione di condizionamento plurimo e reciproco: ciascuno
condiziona tutti gli altri con le proprie strategie. L’unica
cosa che conta in questo caso è muoversi quanto prima.
Chi prima arriva, prima alloggia e chi prima alloggia, prima ha
la meglio.
Tra pochi mesi cadranno le ultime barriere con la Slovenia che
diventerà a tutti gli effetti territorio europeo. Se non
ci diamo da fare subito, diventeremo in men che non si dica da
centro strategico geopolitico a semplice periferia. Trieste, la
città più scientifica d’Italia, per il suo
alto tasso di scienziati rispetto alla popolazione, potrà
decretare il suo successo se riuscirà ad elaborare scelte
vincenti per la propria «governance» territoriale.
Questo vuol dire che Trieste potrà continuare ad essere
capoluogo della regione Friuli Venezia Giulia se saprà
organizzarsi per diventare domani un sistema metropolitano di
rango superiore. Gli eventi mondiali stanno riposizionando Trieste
là dov’era un secolo fa: al centro dello scacchiere
europeo, in mezzo all’Europa centrale. Però la Trieste
mitteleuropea non c’è più. Oggi Trieste appare
una città vecchia e stanca senza nessuna idea di sé.
Senza industria, senza turismo, senza un porto, senza neppure
quella cultura assicurativa che, un secolo e mezzo fa, contava
più di centocinquanta compagnie; ora rimangono solo le
Generali giacché l’ultima compagnia triestina, la
Sasa Assicurazioni è stata “regalata” qualche
anno fa al gruppo Fondiaria-Sai.
Non possiamo continuare così. Dobbiamo fare i conti con
la realtà: un operaio negli Usa costa mediamente 17 dollari
all’ora, poco più di 12 euro. In Italia costa 20
euro all’ora: quasi il doppio. Negli Stati Uniti l’energia
pesa mediamente per 43 dollari a megawattora, che al cambio attuale
fa poco più di 31 euro. In Italia l’energia pesa
poco più del doppio, ma in alcune zone come la Sardegna
raggiunge addirittura gli 80 euro a Mwh, quasi il triplo! Negli
Usa i terreni per costruire si reperiscono a 15 dollari al metro
quadrato, nel Veneto, semplicemente non si trovano terreni. Dove
possiamo andare in queste condizioni? Ovviamente da nessuna parte.
Perciò viene da chiedersi cosa abbiano visto gli americani
per investire a Trieste. Nella nostra città a tutti questi
problemi si sommano i “no a tutto” degli ambientalisti
della domenica, l’incapacità della politica di rispondere
alla domanda di senso che proviene dagli elettori ed un diffondersi
del cinismo di massa che si traduce in un “nosepolismo”
ignavo e indolente.
Se non vogliamo diventare la periferia d’Europa che sarebbe
una beffa data la nostra eccellente posizione geopolitica, dobbiamo
darci da fare. Il primo test industriale sarà il rigassificatore
e subito dopo la conseguente industria del freddo. Un polo del
freddo manca in regione e con esso il nostro porto potrebbe riavere
il grande ruolo strategico che ha avuto in passato. Un ruolo concreto
di «polo energetico» per la città, cerniera
di traffico di risorse naturali come lo fu nell’Ottocento
e che qualificherebbe ulteriormente Trieste come capoluogo di
un polo dei servizi. |