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14 settembre 2007. Di Walter Mendizza

AMBIENTALISTI COLPEVOLI

L’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, ha lanciato l’allarme sui rischi di black-out e di scarsità energetica per il prossimo inverno. Ha detto letteralmente: “Più consumi e meno scorte, siamo più fragili del 2005”. Lo veniamo affermando da tempo anche noi. Adesso l’ha detto lui e l’ha fatto alla vigilia della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici. Forse non è casuale. Anzi, sicuramente non lo è. Una frase del genere in un momento come questo non passa inavvertita. Probabilmente è stata detta perché Conti era informato delle belle e vuote parole che Prodi stava per dichiarare alla conferenza per tenere buoni gli ambientalisti: la nuova alleanza con la natura, la consapevolezza del governo che il nostro pianeta è a rischio, la cognizione che il Mediterraneo è uno dei punti più fragili, la lotta al riscaldamento globale, ecc. Prodi (che Dio lo perdoni) ha elencato tre settori d'intervento sui quali procederà l'azione di Palazzo Chigi: risparmio energetico, incentivazione delle rinnovabili e messa in sicurezza dell'approvvigionamento energetico. Un tributo pagato al ministro Pecoraro Scanio.

Potenza dell’ambientalismo militante. Ma chi sono gli ambientalisti? Il problema è che sotto la denominazione di ambientalista si nasconde una serqua di individui con interessi divergenti. Tra questi ci sono gli ambientalisti della domenica, i banditori del nichilismo da salotto capaci solo di cavalcare l’onda emotiva dei problemi resi amplificati dai mass media. Sono quelli che hanno in ostaggio il governo, quelli che non sono capaci di far nulla se non opporsi a tutto, con il beneplacito di una popolazione rimbambita che crede che l’energia arriva dal cielo e che con il sole si potrebbe far tutto ma che la tecnologia “alternativa” non si sviluppa a causa di un capitalismo predatorio capitanato dalle multinazionali del petrolio. Così, sotto il cartellino “ambiente” si abbracciano problemi talmente disparati che sono difficili da classificare: l’emergenza rifiuti, il riscaldamento globale, i rigassificatori, gli incendi dolosi, i virus tropicali, i mari pieni di mucillagine, di meduse, di pesci che devono emigrare, ecc.

Si diceva che questa estate avrebbe dovuto essere la più calda della storia, ma non lo è stata. Così, adesso, non resta che scommettere sull’inverno. Peccato che dell’inverno non si sa nulla. C’è chi dice che sarà un inverno caldo, effetto del riscaldamento globale, ma c’è anche chi dice forse sarà gelido. Così non si sbaglia. Sotto l’etichetta ambientalista c’è anche la capacità di azzeccare la schedina il lunedì. Negli anni ’70 dicevano che stava arrivando il grande freddo, the big chill, e sono stati versati fiumi di inchiostro sulla nuova era glaciale. Poi, invece, c’è stato un riscaldamento. Contr’ordine compagni! E adesso che il riscaldamento è evidente, si versano fiumi di inchiostro sul global warming. Come se l’avessero previsto.

Ha fatto bene il presidente dell’Enel, uomo pratico e realista ad avvertire tutti, lasciando le parole vuote ai politicanti e avocando a sé solo parole concrete: ci sarà probabilmente imprevidenza energetica. Con la consapevolezza che abbandonarsi a inveire contro i cambiamenti climatici è tanto stupido quanto inefficace e sicuramente costituisce una sorta di alibi intellettuale per quegli ecologisti della domenica, sciampisti dell’ambientalismo militante. Il nostro debito ambientale ha le stesse origini del debito economico, di quello della bilancia dei pagamenti, del debito pubblico: ha a che fare con l’indolenza tutta italica di non occuparsi di politica se non a livello di spartizione di poltrone. Siamo un Paese che si è messo a sedere e a nessuno gli importa nulla. Il debito ambientale è l’altra faccia della moneta del debito finanziario che fin dagli anni ’70 ci siamo dedicati ad accumulare giulivamente e che oggi schiaccia qualsiasi ripresa. Alla stessa stregua abbiamo lasciato che la bolla speculativa sul territorio crescesse allegramente con boschi dati alle fiamme, acquedotti colabrodo, accumuli di rifiuti impressionante con correlata incapacità di smaltirli.

In tutte queste emergenze c’è sempre un duplice interesse convergente: nel caso dei boschi, quello degli incendiari che sperano di essere pagati per estinguere gli incendi e quello di chi calcola di poter sostituire il bosco incenerito con una costruzione abusiva. Nel caso degli acquedotti colabrodo, l’interesse di chi deve cercare i fori in chilometri di tubature e non li trova mai o se li trova, poi li fa ricomparire in altre zone come in una sorta di tela di Penelope e l’interesse parallelo di un prosperoso commercio d’acqua, distribuita mediante autobotti. Nel caso dei rifiuti, l’enorme assunzione di personale che per i più disparati motivi non se ne occupa, andando a finire la gestione dei rifiuti in mano alla malavita organizzata. Dall’altra parte le stesse discariche e gli stessi inceneritori sono oggetto di un’opposizione popolare alimentata proprio da quell’ambientalismo cialtrone che fa finta di non vedere chi ha interesse a mantenere invariati i sistemi di smaltimento vigenti e i relativi appalti. Un variegato mix dagli effetti devastanti, fatto di indifferenza, disprezzo, menefreghismo, scarsa lungimiranza, e che produce i guasti ambientali che dà origine al debito ambientale. Esattamente come il debito finanziario. Né più, né meno.

A tutto questo possiamo aggiungere che l’ambientalismo militante non solo tiene in ostaggio il governo, ma anche la popolazione, impaurendola su tutto: rigassificatori, cementifici, TAV, nucleare. E’ questo mix di indifferenza e cinismo che ha prodotto una quantità enorme di brutture orripilanti, senza il conforto di aver fatto almeno qualcosa di utile, di industriale; ha solo devastato il territorio senza valorizzarlo e senza nulla in cambio. Poi la gente va nei paradisi tropicali per cercare la natura intatta e ammirare coloro che vivono nelle capanne e fanno la fame… e dicono che è bello perché è tanto chic e fa tanto “colore”. Ma non dobbiamo avere sensi di colpa, presto non rimpiangeremo più quella vita fatta di stenti, l’austerità energetica di cui si fanno paladini i nostri ambientalisti della domenica ci porterà diritti diritti al medioevo. Abbiamo rifiutato il nucleare e oggi importiamo l’energia elettrica da quei paesi che la producono proprio col nucleare. Siamo stati e siamo tuttora doppiamente fessi: abbiamo buttato a mare un’industria, un’intera economia, con tutti gli scienziati, gli ingegneri e i fisici nucleari ed in più stiamo pagando a caro prezzo l’energia prodotta con quella industria che abbiamo deciso di gettare via.

E’ arrivato il momento di chiedersi se sia il caso di continuare ad essere così folli e chiusi sul nucleare per motivi ideologici.

E’ arrivato il momento di svelare il paradosso dei paradossi e chiedersi se non siano proprio loro, gli ambientalisti, i veri colpevoli di questo disastro ambientale, responsabili di sclerotizzare il Paese, di farlo lavorare soltanto in emergenza, di rifiutare qualsiasi soluzione, di sognare attività ad impatto zero, senza intaccare la grande massa di arretrato e senza ridurre il “debito ambientale” che, come quello finanziario, aumenta inesorabilmente.

E’ arrivato il momento di denunciare questi cialtroni indolenti e irresponsabili che cercano di imporre un’austerità energetica, un dirigismo passatista, un ritorno ai consumi e ai costumi del passato. Un ritorno al medioevo.

E’ arrivato il momento di rendersi conto che il degrado climatico e ambientale è l’altra faccia del degrado economico e finanziario e di un più vasto degrado civile e politico.