Giugno
2006. Da L'ORA di Nardò (mensile) di Vincenzo
Romanello.
[Articolo pubblicato su gentile concessione dell'autore].
DUBBIO NUCLEARE: intervista all'ing. Romanello.
Dall'epoca del referendum post Chernobyl, il tema del nucleare
torna ciclicamente alla ribalta e puntualmente l'opinione pubblica
si divide, probabilmente più per motivazioni ideologiche
che per una scelta consapevole. Per capirne di più abbiamo
voluto sentire il parere di un esperto, l'ingegnere nucleare Vincenzo
Romanello, membro dell'Associazione Italiana Nucleare, del Comitato
Italiano per il Rilancio del Nucleare e impegnato in numerosi
progetti di ricerca nel settore.
Ing. Romanello, a 20 anni dalla tragedia di Chernobyl,
qual è il livello di sicurezza delle attuali centrali nucleari?
Le attuali centrali nucleari presentano caratteristiche
di sicurezza assoluta. Oggi le unità nucleari in funzione
nel mondo sono 440 (e si parla delle sole unità in campo
civile, essendo quelle militari spesso coperte da segreto), e
considerando che i primi reattori nucleari commerciali hanno cominciato
ad erogare energia elettronucleare sulla rete negli anni ’50
(nel 1956
Calder Hall in UK e nel 1957
Shippingport
negli USA), abbiamo accumulato una esperienza operativa di circa
10000 anni/reattore: è come dire che un reattore nucleare
ha funzionato per 10 000 anni! I risultati sono evidenti: l’Italia
è circondata da nazioni ‘nuclearizzate’ (57
unità in funzione in Francia, 20 in Germania, 9 in Spagna,
5 in Svizzera, 1 in Slovenia solo per fare degli esempi) e l’energia
elettronucleare copre il 35% del fabbisogno dei paesi dell’Unione
Europea: mai nessun incidente in impianti europei ha causato vittime
o danni consistenti. Del resto dai tempi dell’incidente
di Chernobyl la potenza nucleare installata nel mondo è
aumentata del 40% (raggiungendo e superando i 350 000 MW elettrici),
e sono in costruzione 44 nuovi impianti in 15 diversi paesi. E’
evidente quindi che tale fonte nel mondo non è certo stata
oggetto di ripensamenti.
L’unico incidente serio avvenuto nel mondo occidentale è
quello di Harrisburg (Pennsylvania, USA) il 28 marzo del 1979
nell’impianto di Three Mile Island: la combinazione sinergica
dell’errore umano e di un difetto tecnico ha portato alla
fusione del nocciolo del reattore. L’incidente fu classificato
di gravità 5 nella scala INES (sviluppata dall’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica – va da 1 a 7,
con un incremento di un fattore 10 nella severità per ogni
livello). Non ci furono vittime, e l’equivalente di dose
assorbito dagli abitanti in un raggio di 10 miglia fu di appena
8 millirem (se ne assorbono mediamente 300 ogni anno da fonti
naturali, a seconda dei posti e delle abitudini di vita –
con picchi anche 5 volte superiori!). L’incidente ha dimostrato
che negli impianti di tipo occidentale nonostante tutto anche
in caso di incidente gravissimo i danni ambientali sono molto
contenuti. Peraltro l’esperienza operativa ha migliorato
grandemente la sicurezza di tali installazioni, e oggi l’impianto
di Three Mile Island (che ho visitato personalmente) è
stato classificato come il quarto più sicuro al mondo!
Molto diverso invece il discorso per i reattori ex-sovietici:
l’incidente avvenuto nell’impianto di Chernobyl (Ucraina)
il 26 aprile 1986 è stato causato da imperizia degli operatori
(messi a capo per meriti di partito e non per competenze tecniche)
ed imperdonabili errori di progettazione. Da quell’incidente
bisogna dire che abbiamo imparato ben poco in occidente: i nostri
reattori sono molto diversi, ed una tale macchina qui da noi non
avrebbe mai ottenuto dall’ente di controllo il permesso
di essere realizzata. L’incidente scaturì infatti
dall’effettuazione maldestra di un test, già precedentemente
effettuato e fallito, che rese instabile ed ingovernabile il reattore
(a causa dell’accumulo dello xeno – fatto ben noto
agli addetti ai lavori). Le barre di controllo furono estratte
più di quanto era ammesso, il reattore presentava un coefficiente
di reattività positivo (ossia la mancanza d’acqua
favoriva la reazione a catena), accoppiava l’uso di acqua
e grafite (fatto impensabile dal punto di vista della sicurezza
– questi elementi ad alta temperatura formano metano!),
mancava completamente l’edificio del contenimento (essenziale
e sempre presente negli impianti occidentali!). Mancava poi un
piano di emergenza e persino le pasticche di iodio da distribuire
alla popolazione. L’incidente fu classificato di gravità
7 nella scala INES (cioè 100 volte più grave di
quello di Three Mile Island).
Negli impianti di tipo occidentale un piano di emergenza/evacuazione
è pronto da prima di accendere l’impianto anche solo
per la prova di test. Inoltre è sempre presente l’edificio
di contenimento. Trattasi di un edificio di calcestruzzo spesso
un metro, con maglia di acciaio ed intercapedine in depressione
per aspirare e controllare eventuali fuoriuscite: serve per proteggere
l’impianto dall’esterno (è stato testato per
l’impatto di un Boeing 747) e viceversa (contenimento dei
prodotti radioattivi in caso di fuoriuscita – fu determinante
nell’incidente di Three Mile Island!). Inoltre i reattori
occidentali presentano coefficienti di reattività negativi,
e decine di mezzi ausiliari di controllo/sicurezza (basti pensare,
ad esempio, che per muovere le pompe e raffreddare il nocciolo
anche in caso di incidente sono a disposizione 4 enormi motori
diesel: uno sempre acceso, uno in stand-by, uno spento, ed uno
in manutenzione!). Questo solo per citare alcune delle caratteristiche
più importanti. Tali dispositivi peraltro sono ‘di
serie’ sin dagli albori della tecnologia nucleare (donde
l’assenza di incidenti gravi paragonabili in impianti occidentali).
Quali sono i possibili sviluppi della tecnologia nucleare
per il futuro?
Intanto vorrei citare quali sono i reattori già
disponibili sul mercato: cito l’AP-600 della Westinghouse,
l’ABWR della General Electric, l’EPR - reattore europeo
frutto del consorzio franco-tedesco, il PBMR della sudafricana
ESKOM, solo per fare degli esempi; presentano tutti caratteristiche
di sistemi di sicurezza potenziati, basati soprattutto su sistemi
di protezione intrinseca e passiva (ossia la protezione dell’impianto
si basa su fenomeni fisici che si innescano spontaneamente per
motivi fisici, al contrario rispetto al passato, quando la sicurezza
era per lo più affidata a mezzi attivi da operare in sala
di controllo), grazie anche all’esperienza operativa acquisita
negli anni dagli operatori e dai progettisti, modularità
nella costruzione (ossia al contrario rispetto al passato vengono
costruiti quasi interamente in officina, riducendo al massimo
le operazioni in cantiere, e quindi sensibilmente anche i tempi
ed i costi di realizzazione).
Ci sono due canali di sviluppo: il primo, a breve termine che
porterà ai reattori cosiddetti ‘generation III+’
(quelli oggi disponibili sono della generation III), a partire
dal 2010, ed uno, a più lungo termine (dal 2030 in poi)
che porterà ai reattori ‘generation IV’.
I maggiori sviluppi futuri si avranno appunto in questa filiera
di reattori. Fra gli obiettivi principali ci sono ulteriori avanzamenti
nella sicurezza, resistenza alla proliferazione nucleare, costi
competitivi, minimizzazione della produzione di scorie ed ottimizzazione
delle riserve dei combustibili. I reattori di questo tipo oggi
allo studio sono: i reattori veloci raffreddati a gas (GCFR),
i reattori veloci raffreddati al piombo (LMFBR), i reattori a
sali fusi (MSR), i reattori veloci raffreddati a sodio (LMFBR),
i reattori nucleari ad acqua supercritici (SWCR), i reattori nucleari
ad alta temperatura (VHTR).
Fra gli impianti di IV generazione assumono un certo rilievo questi
ultimi (nel cui studio siamo coinvolti), che oltre ad essere economici,
sicuri e rispettosi dell’ambiente, hanno la potenzialità
di bruciare le scorie nucleari producendo idrogeno per l’autotrazione.
A fronte di tale situazione vorrei ricordare che le fantasiose
‘energie alternative (le ‘fonti energetiche ancora
da scoprire’, come le ha definite il segretario all’energia
USA Spencer Abraham), se si esclude il contributo dell’energia
idroelettrica (che non può essere sfruttata ulteriormente)
e geotermica, sono costate al nostro paese, nel periodo 1981-2002,
ben 98 902 miliardi delle vecchie lire (escludendo i progetti
di ricerca e sviluppo dell’ENEA), producendo una quota del
fabbisogno nazionale pari allo 0,09%! I motivi di questo fallimento
sono ovvi agli occhi di qualunque tecnico: una fonte di energia
per essere sfruttabile con successo deve essere concentrabile,
indirizzabile, frazionabile, continua, e regolabile, requisiti
difficilmente ottenibili con l’energia eolica o solare.
Per converso vorrei qui ricordare che per produrre l’energia
elettrica che un italiano consuma in un anno occorrono 900 chilogrammi
di carbone, o 500 di petrolio, oppure 10 grammi di combustibile
nucleare!
Un capitolo a parte poi è rappresentato dalla ricerca sulla
fusione nucleare: abbiamo calcolato che dal deuterio (l’isotopo
dell’idrogeno) presente in un litro di acqua si può
ricavare l’energia di oltre 300 litri di benzina (o mezza
tonnellata di carbone)! Le ricerche in tale settore sono attive
in tutto il mondo, ed anche nel nostro paese il centro ENEA di
Frascati (che anche a suo tempo ho visitato) è attivo sul
settore. Peraltro a Cadarache (nel sud della Francia) verrà
costruito il reattore sperimentale a confinamento magnetico ITER
(International Thermonuclear Experimental Reactor – reattore
tipo Tokamak), frutto del consorzio di Unione Europea, Russia,
Cina, Giappone, Stati Uniti, India e Corea del Sud, dal costo
di 10 miliardi di euro. Il fine è quello di produrre un’energia
da 5 a 10 volte superiore a quella necessaria per mantenere il
plasma alle temperature di fusione nucleare, ma la potenza generata
non potrà essere utilizzata per la produzione elettrica
(compito affidato a reattori futuri di concezione più avanzata).
I problemi tecnici ancora da affrontare sono comunque ancora molti,
ed una stima ragionevole indica che tale fonte di energia non
sarà disponibile prima di 30-40 almeno. Anche questa tipologia
di reattori inoltre presentano un impatto ambientale non nullo:
basti pensare ai materiali di attivazione neutronica ed alla produzione
del tritio (isotopo radioattivo dell’idrogeno).
Dopo il referendum come è proseguita (se è
proseguita) la ricerca in questo settore, in Italia?
Innanzitutto vorrei spendere due parole di chiarimento
sul referendum, poiché sento spesso molte inesattezze e
teorie fantasiose in merito. Il referendum del 8-9 novembre 1987
non era abrogativo, ovvero non poneva il quesito “nucleare
si, nucleare no”, perché non poteva esserlo: la nostra
costituzione vieta infatti i referendum abrogativi in materia
di fisco e norme comunitarie, e trent’anni prima i capi
di stato dei sei paesi della nascente Comunità Europea
– fra cui l’Italia – avevano istituto l’Euratom
con gli atti di Roma e si erano impegnati solennemente a sviluppare
una ‘
potente industria nucleare’. Riporto
di seguito il testo dei referendum:
1-Volete che venga abrogata la norma che consente al CIPE
(Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) di
decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli
enti locali non decidono entro tempi stabiliti?
2-Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano
centrali nucleari o a carbone?
3-Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL
(Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali
per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero?
I quesiti sono talmente intricati che anche un ingegnere nucleare
non riuscirebbe a rispondere con tanta facilità: risulta
evidente però che con essi il nucleare nel nostro paese
in realtà non è mai stato abolito (come si sente
falsamente dire tanto spesso!). All'atto pratico, con le tre domande
si chiedeva di cancellare alcune disposizioni di legge concepite
per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici
(non necessariamente nucleari, ma anche a carbone!): la prima
era stata creata per evitare che il sindaco di un piccolo paese
di duemila abitanti dove era previsto l’insediamento di
una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda
era la cosiddetta “monetizzazione del rischio” per
i comuni che ospitavano impianti di produzione di energia (fatto
molto ingiusto a mio avviso, poiché è giusto invece
che se un comune accetta di ospitare sul proprio territorio un
impianto di un certo tipo di cui beneficia tutto il paese, è
giusto che ne abbia un adeguato compenso!).
Si arrivò ad una moratoria di cinque anni, che per una
interpretazione del tutto politica permane fino ad oggi. In seguito
lo stesso onorevole Andreotti ebbe a dire:”…se oggi
andiamo a rileggere gli atti delle polemiche parlamentari attorno
a questo problema, c’è da arrossire collettivamente
non solo per la mancanza di senso scientifico di alcune posizioni
di allora, ma anche per la miopia delle decisioni prese”.
Come ha ripetutamente ricordato l’Ing. Fornaciari vale la
pena di ricordare quanto scriveva 65 anni fa Paul Valery nel suo
Saggio Sguardi sul mondo attuale: ”La politica fu in primo
luogo l’arte di impedire alla gente di immischiarsi in ciò
che la riguarda. In un’epoca successiva si aggiunse l’arte
di costringerla a decidere su ciò che non capisce”.
E’ naturale che in seguito questo settore è entrato
in crisi: molte delle aziende e degli enti che si occupavano del
nucleare hanno dovuto ridurre drasticamente il personale. E questo
è stato il danno più grave: molte delle persone
competenti in materia ormai sono in pensione, ed il permanere
di questa situazione assolutamente paradossale per il nostro paese
non ha consentito un adeguato turnover generazionale. Certo potremo
sempre ripartire acquistando gli impianti ‘chiavi in mano’,
ma l’ente di controllo dovrà sempre essere ‘indigeno’
ed indipendente, quindi saranno necessarie competenze specifiche
in materia. Più tempo passa più questo diventa complicato,
e si corre il rischio di perdere un treno che potrebbe invece
rivelarsi importantissimo per il nostro futuro a medio e lungo
termine. Tuttavia la ricerca, almeno in ambito accademico è
continuata e continua tuttora, anche se è affidata sempre
più ad un manipolo di persone sempre più esigue
ed isolate, seppur molto preparate e motivate. Questo è
l’unico dato che mi incoraggia ancora: la classe nucleare
italiana in questi anni, nonostante tutto, ha continuato a lavorare
con serietà ed in silenzio. Io stesso partecipo tuttora
ad attività di ricerca in questo settore (seppur part-time),
ed i nostri articoli sono presentati in convegni internazionali
(l’ultimo l’anno scorso ad Oak Ridge, negli USA, a
cui ho preso parte in qualità di rappresentante delle Università
di Pisa e Genova) sul bruciamento delle scorie nucleari attraverso
l’uso di cicli simbiotici con reattori nucleari ad alta
temperatura. Per i dettagli delle nostre attività consiglio
di visitare il sito:
http://www.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/gcir.htm.
Del resto quello che spesso non viene detto è che l’Italia
ha rinunciato alla produzione di energia elettronucleare, ma la
consuma importandone il 18% del fabbisogno nazionale dalla Francia,
dalla Svizzera, e persino dalla centrale slovena di Krsko a 120
Km da Trieste! La nostra fortuna è stata che i francesi
hanno sovrastimato il loro fabbisogno energetico, costruendo 7
centrali nucleari in più che, di fatto, lavorano per noi.
Il prezzo di produzione dell’energia nel nostro paese infatti
è talmente elevato che conviene di gran lunga importarla,
anche comprando l’energia francese dalla Svizzera, poiché
gli elettrodotti sul confine con la Francia sono saturi. Il motivo
è ovvio: non si può avere un’energia a buon
prezzo se per produrla si brucia il combustibile più caro
e prezioso in assoluto!
Il recente caso di Scanzano Ionico (indicato come sito
nazionale di stoccaggio delle scorie), dimostra quanto siano radicate
in Italia le resistenze verso questa tecnologia, crede siano superabili
in futuro?
Credo che siano superabilissime: basterebbe informare
correttamente la popolazione, dicendo la pura e semplice verità,
la scelta nucleare scaturirebbe come logica conseguenza. Può
sembrare paradossale, ma faccio degli esempi pratici. Da vent’anni
si è parlato Chernobyl, di radioattività, di migliaia
di morti, ma alcune semplici cose non sono mai state dette. Ad
esempio: sapete che a causa dei raggi cosmici ad una altitudine
di 10 000 m (dove manca la barriera dell’aria) l’equivalente
di dose è di 0,7 mrem/ora (il millirem è la vecchia
unità di misura, oggi sostituita dal Sievert del sistema
SI), ovvero che in un viaggio dall’Europa all’America
si riceve un equivalente di dose pari a quello che ricevono le
persone che vivono adiacenti ad un impianto nucleare per un anno
intero (stimato in 5 mrem/anno)? O che è maggiore la differenza
nell’equivalente di dose assorbito fra persone che vivono
in una casa di cemento o mattoni (naturalmente radioattivi a causa
del potassio-40) rispetto a quelle che vivono in una casa di legno
in confronto alla dose che assorbono coloro che vivono nelle adiacenze
di un impianto nucleare in funzione? Sapete che anche il corpo
umano è (seppur debolmente) radioattivo, emettendo circa
10 000 ‘colpi’ al secondo (a causa del potassio-40
e del carbonio-14 e degli altri radionuclidi)? Sapete che nell’area
proibita di Chernobyl ‘la radioattività’ è
dell’ordine di 500 mrem/anno, mentre a Piazza San Pietro,
a Roma, è di 700 mrem/anno (a causa del selciato fatto
di cubetti di porfido, roccia vulcanica fortemente radioattiva
a causa del suo alto contenuto di potassio, uranio e torio)?
Sapete che se un uomo consumasse la sola energia nucleare per
tutti i fabbisogni energetici della sua vita produrrebbe un volume
di scorie pari ad una sfera di 8,3 cm di diametro (ossia un volume
inferiore ad una lattina di coca-cola)? E ancora, per concludere,
sapete che circa due miliardi di anni fa si sono creati ben 17
reattori nucleari naturali ad Oklo (Gabon) che hanno erogato energia
per oltre 1 milione di anni: ebbene il plutonio si è spostato
di soli 3 metri, provando l’estrema affidabilità
dei depositi geologici?
Naturalmente potrei continuare con esempi analoghi molto a lungo.
I dati che ho riportato sono assolutamente veritieri e, ciò
che più importa, verificabili. Nessuno dovrebbe fare atti
di fede (ne in me nè in altri), ma dovrebbe essere spronato
a capire la realtà delle cose.
Le scorie rappresentano un problema molto minore di quello che
si crede (sul sito sopra indicato si trova un articolo, edito
sulla rivista ’21mo Secolo’ nel luglio 2005, dove
spiego compiutamente la tematica). Peraltro bisogna capire che
un sito nazionale è assolutamente necessario, a prescindere
dalla scelta nucleare: infatti pur avendo rinunciato a questa
forma di energia continuiamo a produrre annualmente ingenti quantitativi
di rifiuti radioattivi (soprattutto da applicazioni di medicina
nucleare). Attualmente sono comunque stoccati (in vari siti sparsi
per l’Italia), ma non come potrebbero e dovrebbero!
Vorrei spendere poi due parole sulla situazione dell’opinione
pubblica italiana in merito a questa questione e sulle sue cause
reali. I movimenti ‘ambientalisti’ che si oppongono
allo sfruttamento dell’energia dell’atomo rappresentano
solo la ‘parte emersa’ di un insieme di interessi:
quelli del sistema petrolifero e metanifero, che operano in regime
di monopolio; quelli elettorali dei partiti politici che hanno
cercato ed ottenuto facili consensi sfruttando il terrore e la
disinformazione seguita al tragico incidente di Chernobyl; quelli
dell’erario statale, che ricava guadagni ingentissimi dalle
accise sul petrolio e sul gas, quelli delle correnti politiche
e di potere che hanno prosperato per anni grazie ai finanziamenti
occulti delle lobby petrolifere (almeno tre processi negli ultimi
anni hanno tentato di far luce in merito). Appare naturale che
in questo ginepraio di interessi tutti convergenti sulla necessità
di consumare la massima quantità di petrolio e gas non
può esserci spazio per il nucleare. E così oggi
l’Italia per produrre l’energia elettrica di cui necessita
brucia più gasolio di quello degli altri paesi dell’Unione
Europea messi assieme, con grande danno per l’ambiente e
per le tasche dei cittadini! I media nazionali sono poi, direttamente
o indirettamente, sponsorizzati da persone o gruppi che hanno
interessi prominenti nel mondo del petrolio e del gas; ben pochi
vivono delle informazioni vendute al pubblico (anzi, talvolta
tale componente dei bilanci è secondaria). Come potrebbe
un sistema così squilibrato fare informazione in modo obiettivo?
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ed anche il grande
pubblico, nonostante tutto inizia ad accorgersene: l’uscita
del nucleare è costata al nostro paese 100 miliardi di
euro, lo smantellamento di un settore che dava lavoro a 20 000
persone, l’aumento dell’impatto ambientale e della
dipendenza dall’estero, ed infine il costo di produzione
del KWh più alto d’Europa. A questo proposito ricordo
qui che oggi gli impianti nucleari producono energia elettrica
ad un costo compreso fra 20 e 30 centesimi di euro/KWh (come dimostro
estesamente in un mio articolo in corso di stesura), fra i più
bassi possibili (al contrario di coloro che dicono che l’energia
nucleare è costosa!), includendo in tale calcolo anche
lo smaltimento in sicurezza delle scorie e l’accantonamento
delle cifre necessarie per il successivo smantellamento della
centrale fino alla situzione di ‘green field’ (praticello
verde), come si suol dire. I soli a trarre vantaggio da questa
situazione sono stati coloro che avevano interessi nel mondo del
petrolio e del gas; nel frattempo i movimenti ambientalisti nostrani
intrattenevano con l’ENI e la SNAM rapporti a dir poco idilliaci.
Qualcuno ricorda cosa successe a Trecate, in provincia di Novara,
il 28 febbraio 1994? Il tappo di un pozzo di trivellazione sito
nel bel mezzo del parco naturale del Ticino saltò, scaturendone
una eruzione di petrolio, gas ed acido solforico; la situazione
rimase fuori controllo per ben tre giorni. Ci fu la paralisi dei
trasporti in quella zona, e fu chiamato addirittura un tecnico
da Houston (esperto nello spegnimento dei pozzi kuwaitiani). Decine
di persone dovettero lasciare le proprie case ed il sindaco di
Trecate proibì la vendita ed il consumo di prodotti agricoli.
Quando alla fine il flusso incontrollato si interruppe solo grazie
al crollo delle pareti del pozzo un’area di 5 chilometri
quadrati era ricoperta da una patina vischiosa e l’inquinamento
da idrocarburi si estendeva per 40 chilometri quadrati. Per rimediare
furono fermate tutte le attività agricole e furono asportati
10 centimetri di terreno per un’area di 5 000 metri quadrati,
proprio come a Chernobyl. Ebbene, la vicenda ha interessato i
media nazionali per non più di tre giorni. E oggi, grazie
anche all’impegno ambientalista dell’Agip, non se
ne ricorda più nessuno.
Un altro tema di attualità è legato all’utilizzo
dell’idrogeno come combustibile; lei collabora allo sviluppo
di un interessante progetto di ricerca, di cosa si tratta?
L’idrogeno è di per se un ottimo combustibile,
perché in condizioni opportune bruciando produce sostanzialmente
solo vapore acqueo, ed inoltre lo si può estrarre dall’acqua.
Tuttavia non si trova libero in natura (salvo eccezioni rarissime),
e per produrlo bisogna spendere energia. Non è quindi una
fonte, bensì un vettore energetico. Il problema quindi
è quello di tirar fuori l’energia da qualche parte,
e qui le proposte sono svariate. Sarebbe molto interessante produrlo
dalle fonti alternative, come suggerito da più parti, ma
quando le cose si devono fare davvero bisogna fare i conti con
le cifre. Le fonti alternative possono fornirci solo una piccola
frazione dell’energia di cui abbiamo bisogno, peraltro a
costo molto elevato. Attualmente l’idrogeno si produce dal
metano, ma solo come reagente e non come combustibile (naturalmente
in questo modo non si eliminerebbe il problema del rifornimento
di idrocarburi ed inoltre per questa via per ogni Kg di idrogeno
si producono 7 Kg di anidride carbonica!). Una proposta futuribile
ed interessante è stata quella che ho suggerito nella mia
tesi di laurea: bruciare le scorie nucleari (in particolare il
plutonio e gli attinidi minori, anche quello di provenienza militare)
in reattori ad alta temperatura e sfruttarne le caratteristiche
per produrre idrogeno dall’acqua per termolisi (processo
I-S). Unico sottoprodotto del processo è l’ossigeno.
Non si tratta di una teoria: mentre nel nostro paese si chiacchiera
altri paesi come il Giappone, la Cina e gli Stati Uniti stanno
realizzando e testando questo tipo di macchine. I giapponesi sono
riusciti a produrre idrogeno in maniera continua per questa via
per 48 ore: il passo successivo è quello di costruire un
piccolo impianto pilota che dovrebbe provare la fattibilità
industriale.
Nel futuro prossimo l’idrogeno potrà sostituire
i combustibili fossili?
Naturalmente è difficile dire cosa ci riserva
il futuro, ma una cosa è certa: il nuovo millennio ci propone
delle sfide economiche, ambientali, e geopolitiche impegnative,
da affrontare con determinazione, con coraggio e soprattutto con
lungimiranza. Il rapido aumento della popolazione terrestre con
il parallelo aumento degli standard di vita e quindi dei consumi
ci suggerisce di trovare quanto prima delle valide alternative
ai combustibili fossili tradizionali, in particolar modo al petrolio.
L’idrogeno, come ho già detto sarebbe un buon mezzo,
ma non può sostituire i combustibili fossili in quanto
non è una fonte ma un vettore, come già spiegato.
Questi enormi quantitativi di energia bisognerà ricavarli
da qualche parte, in maniera economica e rispettosa dell’ambiente.
Non è un problema facile.
Bisogna poi ricordare che un’economia all’idrogeno
richiederà la costruzione di enormi infrastrutture dedicate,
non realizzabili in tempi brevi. Inoltre alcuni problemi tecnici
sono ancora in corso di studio: l’idrogeno è infatti
difficilmente immagazzinabile. Presenta un altissimo contenuto
energetico in rapporto al peso, ma molto basso in rapporto al
volume, essendo un gas molto leggero (14 volte più dell’aria).
Oggi le soluzioni più adottate riguardano l’immagazzinamento
in bombole ad altissima pressione, che però sono ingombranti
e pesanti. Sono allo studio quindi dei serbatoi realizzati con
materiali compositi innovativi, assai più leggeri. Altra
via studiata sono i contenitori criogenici (dove si immagazzina
l’idrogeno liquido), dove però l’idrogeno non
si può conservare indefinitamente, e sono allo studio anche
gli idruri metallici (ancora costosi, poco efficienti e pesanti,
ma la ricerca sta facendo notevoli passi avanti in questo senso
– basti pensare alla tecnologia degli idruri di litio).
Un’altra interessante proposta è quella di produrre
grandi quantità di alcol etilico dalle biomasse (una tale
soluzione è già stata applicata con successo in
nazioni come il Brasile), da ‘bruciare’ poi in efficientissime
batterie a combustibile, su cui sono in corso le ricerche.
In definitiva, la nostra salvezza energetica futura riguarderà
sicuramente un mix oculato di diverse fonti, che dovranno essere
scelte in base a considerazioni di convenienza tecnico-economica-ambientale:
sarebbe un grave errore escludere il fattibile per arbitrarie
motivazioni ideologiche.
Del resto come ho già avuto modo di riprendere in un mio
seminario sulle applicazioni non elettriche degli HTR (
High
Temperature Reactors): “L’energia del futuro,
quella a cui bisogna giungere per garantire la sopravvivenza della
civiltà umana nell’attuale prospettiva tecnologica,
deve essere non nociva, inesauribile o completamente rinnovabile,
ma soprattutto disponibile sempre e ovunque nel mondo, immune
ai monopoli nazionali ed alle dispute politiche”.
Molto del futuro nostro e dei nostri figli dipenderà dalla
saggezza e dalla lungimiranza delle nostre decisioni attuali.