14/09/2006.
Da
Il
Piccolo di Luciano Emili.
DOBBIAMO IMPORTARE SEMPRE PIU' METANO.
La crisi strutturale del nostro import energetico è ormai
evidente. Crescono le esigenze di incrementare la produzione di
energia elettrica a fronte delle pressanti richieste. È
in arrivo il piano ministeriale per affrontare la più che
probabile emergenza invernale del gas metano. I segnali che arrivano
dall’Ucraina lasciano presagire nuove strozzature al transito
dei nostri approvvigionamenti dalla direttrice Nord. Nella direttiva
Bersani c’è l’obbligo, per tutti i produttori
di elettricità, di utilizzare al massimo, sin dall’inizio
dell’inverno, le centrali ad olio combustibile per fare
fronte ad eventuali interruzioni o carenze nelle forniture di
gas metano (inquinamento sic!). Pericolo di «black-out»
del gas.
La richiesta energetica aumenta, il metano sta sostituendo le
altre fonti sia nei consumi domestici sia nella produzione di
gran parte dell’elettricità, il sistema import-produzione-consumi
è alle strette, i gasdotti non sono suficienti e i promessi
rigassificatori procedono a rilento. La crisi russo-ucraina ha
fatto riflettere sulla circostanza negativa che l’Italia
dipenda da quattro tubi (gasdotti): tre provenienti da aree politicamente
non proprio stabili (Russia, Algeria e Libia), il quarto dai giacimenti
declinanti del Mare del Nord. Oggi il nostro paese può
trasformarsi, con relativa facilità, da gas-dipendente
a protagonista grazie ai rigassificatori. Il gas, liquefatto nelle
zone d’origine, non collegate con gasdotti, può raggiungere
i porti italiani con le metaniere attraverso Suez e Gibilterra.
L’import: importazioni in Italia di gas naturale. Dati in
percentuale. Dalla Russia il 33%, il 35% dall’Algeria, il
22% Norvegia/Olanda, il 6% Libia, il 3% di Gnl e l’1% altro.
Molti paesi stanno implementando l’installazione di impianti
di rigassificazione. Sul versante interno i motivi per il rilancio
dei rigassificatori sono almeno due. Il primo è legato
all’obiettivo, più volte ribadito dall’Autorità
per l’energia, di ampliare il numero di importatori in modo
che l’offerta di gas sia diversificata e diventi stabilmente
superiore alla domanda per favorire un contenimento dei prezzi.
Al momento l’Eni rimane padrona del gas italiano perché
è il suo prodotto nazionale prelevato nell’Adriatico
e perché domina tutte le importazioni. Controlla la rete
con la Snam Retegas e le riserve strategiche con la società
Stogit. Il secondo motivo interno nasce dalla previsione degli
esperti su un aumento considerevole della domanda di gas nei prossimi
anni. Anche nell’ipotesi pessimistica di una crescita economica
fiacca si prevede una richiesta dell’ordine di 20-25 miliardi
di metri cubi nel 2010, forse 30 nel 2015.
Mentre: «in molti paesi nordici si stanno prendendo gli
impegni di Kyoto molto seriamente. Essi hanno constatato che l’unico
modo sicuro per mantenere le promesse di difesa ambientale, assicurando
nel contempo un regolare flusso di energia oltre ad un maggiore
uso del gas naturale e il ritorno al nucleare. I finlandesi, popolo
che del rispetto ambientale fa una religione, continuano nella
loro politica di sviluppo energetico che prevede principalmente
il nucleare: nell’isolotto di Olikiuoto è in costruzione
una nuova centrale di nuova generazione, classificata ecologica
e senza pericoli ambientali, dalla potenza di 1.600 megawatt.
Si ritiene che la politica energetica dell’epoca post Chernobyl
sia da ripensare, viste le sfide geopolitiche e ambientali che
si profilano all’orizzonte», qui si sta ancora discutendo
sui rigassificatori.
Già nel 1996 l’Enel ha cercato di battere la strada
dei rigassificatori, anche per svincolarsi dalla dipendenza Eni,
ma senza successo, ci provò a Montalto e poi a Monfalcone.
Ma di fronte agli insuccessi si è rassegnata ad una specie
di accordo con il gigante petrolifero e si è addirittura
rassegnata a dipendere dalla Francia per la rigassificazione di
4 miliardi di metri cubi importati dalla Nigeria che dopo l’opportuno
trattamento vengono trasportati in Italia con gasdotto con costi
decisamente superiori.
Probabilmente proprio per l’insuccesso, determinato, anche
grazie al contributo dei comitati di quartiere o associazioni
ambientaliste in modo particolare il Wwf del Fvg, il rigassificatore
di Monfalcone non è stato fatto. È così che
a tutt’oggi, per le sopraccitate ragioni, non si è
avviato quel percorso di liberalizzazione dell’importazione
del gas naturale che conseguentemente sortirebbe l’effetto
di un controllo dei prezzi di gas. Probabilmente in questi 13
anni con una maggiore flessibilità dei mercati e a fronte
dei minori costi energetici, nelle tasche degli utenti ci sarebbero
più soldi e una maggiore tutela ambientale. La svolta italiana
del gas liquido è tutt’oggi ostacolata soprattutto
dall’effetto Nimby (Not in my backyard, non vicino a casa
mia). Inoltre anche le amministrazioni pubbliche non volendo riconsiderare
a fondo le strategie energetiche in più di un’occasione
si sono adagiate all’ombra delle proteste ambientaliste.