22/11/2006.
Da
L'Opinione di
Biagio Marzo.
L'ABILE TATTICA DI GAZPROM E GLI EGOISMI DEGLI EUROPEI.
L’Italia incapace di una politica energetica diversificata.
Il Generale inverno è il Generale Gazprom nei cui piani
di guerra c’è la conquista dei mercati dell’energia
di Europa e Asia. A sua volta, Gazprom è il braccio militare,
la nuova Armata Rossa, del Cremlino. Gazprom è sceso in
campo ed è impegnato nella grande campagna d’Europa.
L’Italia è dentro a questa campagna e, attraverso
l’Eni, ha stretto un accordo con Gazprom che fa testo: un
contratto a lungo termine (2035, e a partire dal 2007 l’Eni
avrà 3 miliardi di metri cubi di gas) che è la base
di una nuova strategia espansionistica russa nel Vecchio continente
in cui la domanda di gas è crescente. Di questo contratto
si è avvalsa la Francia. Il gigante energetico russo con
a capo Alexei Miller, uomo di fiducia di Putin, ha venduto metano
ad alcuni clienti d’Oltralpe, alla faccia di Gaz de France
prossima a convolare a nozze con Suez – Electrabel, che,
per colpa del governo di De Villepin, non si trova maritata con
l’Enel. In Gran Bretagna, Gazprom, viceversa, non ha avuto
la fortuna sperata, dopo gli assalti a Centrica (la compagnia
che trasporta e distribuisce gas) e a Scottish Power (società
di energia elettrica). Tuttavia, non è detto che non ritorni
alla carica, per conquistare quote di mercato. Nel 2005, invece,
Gazprom è entrata in modo preponderante in Germania, grazie
all’accordo sottoscritto tra il Cremlino e la cancelleria
tedesca. Prima ancora è stato chiuso l’accordo che
prevede la costruzione del gasdotto sotto il Baltico che collega
la costa tedesca con quella russa, e che trasporterà 27,5
miliardi di metri cubi di gas l’anno a partire dal 2010.
[...].
Putin rispolvera il sogno della grande Russia, dopo il crollo
del comunismo. E la Nato ne ha preso atto e si è adeguata
alle circostanze e ha scritto in un rapporto le proprie considerazioni:
”Mosca sta sviluppando un sistema di capitalismo con cui
recuperare potere e influenza internazionali. Lo fa ricentralizzando
il potere nelle mani del Cremlino (compresi media, partiti e regioni),
ristrutturando l’economia attraverso holdings controllate
dallo Stato, usando la leva energetica per accelerare l’integrazione
dei paesi esteri vicini, instaurando più stretti legami
con l’Europa occidentale basati su mutui interessi economici.
[...].
Resta il fatto che Gazprom, pur essendo un colosso che condiziona
la vita di milioni e milioni di persone, ha dei limiti strutturali
dal punto di vista industriale. Ragion per cui, la Russia ha bisogno
delle tecnologie e del know how europeo. In special mondo, da
quando Gazprom si trova di fronte alla scoperta e allo sfruttamento
di nuovi giacimenti in territori impervi e inaccessibili. Per
una politica di portata geopolitica, naturalmente, il colosso
ha bisogno di risorse finanziarie notevoli. Di conseguenza, Gazprom
ha bisogno dell’Europa come l’Europa ha bisogno di
Gazprom. Nell’arco di pochi anni, senza alcun dubbio la
posizione di Gazprom sarà dominante avendo a monte, come
fornitore, a valle, come distributore di metano ai Paesi dell’Ue.
Di fronte al fatto che non c’è una politica energetica
unitaria, il gigante russo ne approfitta, dato che i paesi Ue,
talaltro, drammaticamente, divisi e ogni governo viaggia per proprio
conto, stringendo accordi con Alexei Miller.
Non ci vuole molto a capire che in Europa, si muovono interessi
legati al singolo Stato, fuori dalla visione generale della portata
di Bruxelles. E il presidente Ue, Barroso, sulla questione energetica
ci sta lasciando la faccia, dopo aver promesso la costituzione
di una apposita agenzia. Ormai, l’Europa è dipendente
dalla Russia, non avendo la forza, in particolare l’Italia,
di portare avanti una politica energetica diversificata. Nel senso
che potrebbe servirsi di vari stati fornitori e non soltanto di
Gazprom e della compagnia algerina Sonatrach che, ultimamente,
ha chiuso l’accordo con l’Enel, sulla falsariga di
quello tra Eni e Gazprom. Ma per fare questo passo, occorre, per
quanto riguarda il gas, un numero considerevole di rigassificatori,
i cui impianti non trovano il consenso delle popolazioni locali
sobillate dai partiti di governo come i Verdi, il cui leader è
anche Ministro dell’ambiente. Uno dei tanti paradossi del
governo Prodi.